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sabato 6 dicembre 2014

Il Processo di Norimberga: lo sfondo.

Con il presente post illustriamo lo sfondo del processo conclusivo della II Guerra Mondiale e ritenuto da molti una pietra miliare del diritto Internazionale.
Quando lo scenario della guerra ormai volgeva a netto favore delle forze anglo-americane e russe, il 1 Novembre 1943 gli Alleati emisero una dichiarazione congiunta in merito al trattamento da riservare ai cosiddetti "criminali di guerra".

La "Dichiarazione di Mosca" riportava:

"L'Inghilterra, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica hanno ricevuto da numerose fonti le prove delle atrocità, dei massacri e delle spietate esecuzioni di massa perpetrati dalle forze di Hitler in molti Paesi da loro conquistati, e dai quali sono ora scacciati con fermezza. Gli orrori portati dal dominio dei Nazisti non sono purtroppo un fatto nuovo, e tutti i popoli o territori da loro tenuti in scacco hanno dovuto sopportarne il governo di terrore, il peggiore che possa esistere. Ciò che è nuovo è che molti di questi territori stanno per essere liberati dall’avanzata delle armate liberatrici, e che gli Hitleriani e i «vandali» in fuga, ormai disperati, hanno inasprito la loro spietata violenza. I crimini mostruosi attuati in Unione Sovietica, che presto sarà liberata dal giogo Nazista, così come quelli in Francia e in Italia, sono la lampante riprova di quanto appena affermato.Di conseguenza, le tre potenze alleate sopra menzionate, a nome di trentadue nazioni unite, con questa solenne dichiarazione lanciano un monito inequivocabile: nel momento in cui sarà concesso l’armistizio a un governo tedesco, qualunque esso sia, gli ufficiali e i soldati tedeschi, e i membri del partito nazista, responsabili o complici delle atrocità dei massacri e delle esecuzioni di cui si è parlato, saranno consegnati ai paesi in cui hanno commesso le loro abominevoli imprese, così che possano essere giudicati e puniti secondo le leggi dei paesi liberati e dei liberi governi che lì si saranno formati. Ognuno di questi Paesi stilerà una lista dettagliata, in particolare i territori invasi dell'Unione Sovietica, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia e la Grecia insieme a Creta e altre isole, la Norvegia, la Danimarca, l'Olanda, il Belgio, il Lussemburgo, la Francia e l'Italia.
In base a quanto detto, i tedeschi coinvolti nella strage indiscriminata di ufficiali polacchi o nell’esecuzione degli ostaggi francesi, olandesi, belgi, norvegesi, e dei cittadini di Creta, o quelli che hanno preso parte ai massacri effettuati in Polonia o sui territori dell’Unione Sovietica adesso strappati al nemico, sappiano che saranno condotti sulla scena dei loro misfatti e giudicati sul posto dai popoli che hanno oltraggiato.
Che questo sia da monito a tutti coloro che non si sono ancora sporcati le mani con il sangue degli innocenti, sappiano cosa li attende se si renderanno anch’essi colpevoli di tali crimini, e non abbiano alcun dubbio che le tre potenze alleate li inseguiranno fin negli angoli più remoti della terra e li consegneranno nelle mani dei loro accusatori perché giustizia sia fatta.La suddetta dichiarazione è indirizzata anche a quei criminali i cui delitti non si sono svolti in aree geografiche ben determinate. Costoro saranno puniti dai governi alleati con un verdetto comune".

Quindi, dichiarazione e firmatari (Roosevelt, Churchill e Stalin) non erano inclini alla clemenza. In particolare Churchill auspicava ad una giustizia sommaria, Stalin addirittura proponeva di liquidare 50.000 ufficiali superiori tedeschi per decapitarne l'elite militare.
Nel governo statunitense c'era una profonda disparità di vedute in merito: posizioni estreme come quella del segretario al tesoro Henry Morgenthau che premeva per la linea durissima similarmente a Stalin, oppure fortunatamente più cauti come il Ministro della Guerra Stimson.
Nel frattempo i sovietici avevano intrapreso iniziative autonome per pareggiare i conti con i tedeschi, istituendo processi per proprio conto con pubbliche esecuzioni nelle piazze.
Tuttavia, lentamente, venne accantonata l'ipotesi delle esecuzioni sommarie e prese forma l'idea di una vera procedura giudiziaria. Con tutta la difficoltà di accordo che ne conseguì, furono comunque gli angloamericani che riuscirono a fare prevalere la loro posizione sul modo in cui si sarebbero dovuti svolgere i processi, anche perché i "pezzi grossi" rimasti del regime Nazista (su tutti Hermann Göring) risultavano essere nelle loro mani.
Naturalmente gli imputati non ebbero voce in capitolo riguardo le discussioni preliminari, condotte a porte chiuse. E qui iniziarono le vessazioni che, oggi a bocce ferme e messe insieme a tante altre argomentazioni, rendono l'idea di come il Processo di Norimberga sia stato null'altro che la giustizia dei vinti contro i vincitori: confessioni estorte con la forza e utilizzate poi come prova. Gli imputati inoltre vennero privati di molti dei più importanti diritti previsti dalla Costituzione Americana, come poi dichiarato pubblicamente anni dopo da J.F, Kennedy: per esempio non potevano appellarsi al Quinto Emendamento, che avrebbe permesso loro di non rispondere ad una domanda perché il fatto avrebbe potuto contribuire alla loro incriminazione. Inoltre non poterono avvalersi del principio del "tu quoque", ovvero non poterono controbattere di aver fatto in tempo di guerra esattamente la stessa azione  -che veniva loro contestata-  commessa anche dalla controparte.
Una immagine degli imputati al Processo di Norimberga, 1946.

Furono poi definiti i 4 capi d'imputazione (cospirazione contro la pace, pianificazione della guerra d'aggressione, crimini di guerra e crimini contro l'umanità) dei quali potevano essere accusati, e si scelse come sede del processo la città di Norimberga, che aveva dato il nome alle leggi promulgate contro gli ebrei.
Il processo poteva dunque iniziare.
In questo blog rivisiteremo le vicende personali di alcuni dei protagonisti del processo e parleremo in chiave generale del processo stesso, senza le ipocrisie che hanno sempre caratterizzato la descrizione di tanti fatti storici.

domenica 12 ottobre 2014

Ernesto "Che" Guevara

Immagine-icona di Ernesto "Che" Guevara
"In "Guerra e Pace" Tolstoj dice che secondo la scienza militare quanti più uomini ha un esercito tanto maggiore sarà la sua forza. Ma questa stessa scienza riconosce, anche se molto vagamente, che durante un'azione militare la forza di un esercito è anche il prodotto della sua massa moltiplicato per un'incognita. Un fattore imponderabile. Questa "x" non è altro che lo spirito delle sue truppe e il loro maggiore o minore desiderio di combattere e affrontare il pericolo. E gli uomini che hanno maggiore desiderio di combattere e che capiscono perché lo stanno facendo, indipendentemente da chi stanno affrontando, o se sono agli ordini di militari geniali o di persone normali, o se combattono con dei bastoni o fucili da 30 colpi al minuto, questi uomini si troveranno sempre nelle condizioni più vantaggiose. E vinceranno.".
Ernesto "Che" Guevara.

Ernesto Guevara nasce a Rosario, Argentina, il 14 giugno del 1928. Trasferitosi con la famiglia a Buenos Aires, si laurea in medicina nel 1953. Ma il momento decisivo per questo mito, questo simbolo politico, questa metafora vivente della lotta e della resistenza, avviene nel suo viaggio in sudamerica a bordo di una motocicletta, ribattezzata "La Poderosa". In Cile, in Perù, in Colombia e Venezuela il giovane Ernesto vede di persona le miserevoli condizioni in cui vivono i popoli sudamericani, arrivando a lavorare come medico in un lebbrosario in Perù e osservando l'impatto della rivoluzione boliviana del 1952.
Si unisce alla rivoluzione cubana guidata da Fidel Castro per rovesciare il regime corrotto di Batista instauratosi nel 1952 con un colpo di stato. La rivoluzione vince e va al potere, Guevara riceve importanti incarichi di potere. Il suo discorso alle Nazioni Unite del 1964 è una sorta di testamento internazionalista ed antimperialista.

"Molto è stato fatto nel mondo in questo campo ma l'imperialismo, nordamericano soprattutto, ha preteso di lasciar credere che la coesistenza pacifica sia una prerogativa delle grandi potenze della terra. Cuba, signori delegati, è libera e sovrana. Senza catene che la leghino a nessuno, senza investimenti stranieri nel territorio, senza proconsoli che orientino la sua politica, può parlare a testa alta in questa assemblea e confermare la frase con cui venne battezzata: "Territorio Libero d'America". Gli Stati Uniti intervengono in America invocando la difesa delle istituzioni libere....verrà il giorno in cui questa assemblea raggiungerà una sufficiente maturità e chiederà al governo nordamericano uguali diritti per le popolazioni nere e latino-americane che vivono in questo paese e che ora si stanno svegliando dal lungo, duro sonno a cui sono state sottomesse. Noi dobbiamo dire qui quella che è una verità nota a tutti e che abbiamo espresso sempre davanti al mondo....Fuciliazioni? Si. Abbiamo fucilato, fuciliamo e continueremo a fucilare finchè sarà necessario. La nostra lotta è una lotta fino alla morte. Noi viviamo in queste condizioni....condizioni imposte dall'imperialismo nordamericano".
Ernesto "Che" Guevara.


Ma ben presto il "Che", il guerriero con il basco stellato controvento, il sigaro brandito come sfida all'asma che lo affligge, il franco e ironico sorriso barbuto, capisce che questo non è il suo mondo, questa non è la sua strada. Questa per noi è la sua grandezza: simboleggia un uomo raro, l'uomo che giunto al potere non si lascia inebriare da esso, rifiuta i salotti della politica e gli agi legittimati dalla sua posizione per riprendere la guerriglia, la rivoluzione sotto il grido "Patria o Morte". La sua costante ricerca romantica, l'insofferenza alla burocrazia, la personalità inquieta e sottilmente complessa, il pungolo quasi da Don Chisciotte, la sensibilità per l'ingiustizia da qualsiasi parte essa provenga, il generoso distacco dagli agi e dagli onori, la coerenza tra pensiero, parola e azione, l'esporsi impavido in prima persona con un coraggio che nasce dall'aver messo la propria vita al servizio di una causa che la trascende: tutto questo è un itinerario personale ed un esempio così estremo da non poter essere ripetuto.
Muore così, il "Che" (così rinominato a Cuba), in Bolivia il 9 Ottobre del 1967. Muore da perdente imbattibile. Nell'improbabile tentativo di sollevare i contadini boliviani dalla ennesima dittatura militare. Della sua azione in Bolivia resteranno i suoi "Diari", frutto del suo costante bisogno di esprimere a parole, annotare, spiegare, discutere. Con uno stile sobrio ed incisivo. La parte iniziale e la parte finale della sua vita saranno oggetto di approfondimenti su questo blog.

domenica 28 settembre 2014

Bruce Lee, una vita leggendaria

Statua di Bruce Lee in Hong Kong.
Una vita leggendaria quella di Bruce Lee. Maestro di arti marziali, sempre alla ricerca della perfezione fisica e mentale, è stato l'ideatore e sostenitore di un approccio diverso e rivoluzionario ad una delle più antiche forme di combattimento: armonizzando la boxe con le arti marziali, unendo spettacolarità e disciplina.
Una breve esistenza, quella di Bruce Lee, segnata tragicamente dal destino. Il suo talento recitativo, le eccezionali doti atletiche, il fascino esotico e la morte misteriosa e precoce contribuiscono a creare attorno a lui un'aura mitica che si rafforza negli anni.
In BlogCinema (74serginocin.blogspot.com) è recensito il film di R.Cohen "Dragon - La Storia di Bruce Lee".

sabato 27 settembre 2014

Proviamo a riscrivere la storia: un diverso epilogo della Seconda Guerra Mondiale.


Sappiamo tutti che la Storia non si fa con i se. E che la Storia la scrivono i vincitori. Sono fatti innegabili e immutabili.
Ma questo non impedisce, in sede di pacata riflessione storica, di ridisegnare un epilogo diverso del II conflitto mondiale. Senza lasciarsi andare a sensazionalismi, ma semplicemente considerando alcuni eventi-chiave che con determinati presupposti avrebbero potuto avere diverso esito e quindi avrebbero avuto un impatto verso il più sanguinoso conflitto che la Storia ricordi (e tutti ci auguriamo che resti tale).
E' necessario fare una premessa: non ci inventeremo nulla. Vale a dire, non metteremo in piedi teorie che non hanno già avuto un loro sviluppo: non per capovolgere la realtà, ma solamente per evidenziare il fatto che nulla fu veramente scontato, nulla fu veramente già scritto: le cose effettivamente potevano andare diversamente, c'erano i presupposti perchè questo potesse avvenire senza doversi abbandonare a congetture ultraterrene.

L'anno zero è il 1941: la Germania è padrona assoluta dell'Europa. Dalla Norvegia al Mediterraneo, dalla Francia alla Polonia, tutti i paesi sono o neutrali, o collaborazionisti o direttamente amministrati dai gauleiter tedeschi. C'è solo l'Inghilterra che resta intransigente nel mantenere lo stato di guerra contro l'Asse: nonostante gli inviti alla pace addirittura da parte dello stesso Hitler, che vedeva Inghilterra e Italia come le due ideali e uniche possibili alleate per una futura egemonia europea. Ma Churchill resta irremovibile: o si torna alla situazione antecedente al 1939, o vi sarà lotta ad oltranza.

Churchill e Roosevelt, alleati nella II
guerra mondiale.
La situazione per l'Inghilterra è apparentemente drammatica: isolata ed in inferiorità numerica, nonostante tutte le forze dell'Impero siano state mobilitate, non sembra in grado di poter resistere dopo la precipitosa ritirata a Dunkerque e con la Germania che rinuncia a dare il "colpo di grazia", verosimilmente per dare la possibilità al governo inglese di sedersi al tavolo e trattare la pace.

Ma Churchill confida nell'appoggio degli Stati Uniti: non soltanto per le forniture belliche ma anche per un diretto intervento nel conflitto. In realtà il primo Lord dell'Ammiragliato non considerava altre alternative alla guerra: le offerte di pace tedesche non vennero divulgate in Inghilterra per evitare che sorgessero movimenti d'opinione sfavorevoli alla guerra, e esisteva un impegno già preso con gli Stati Uniti per farli intervenire nel conflitto ovviamente con la prospettiva di vantaggi commerciali per Roosevelt.

Rudolf Hess, enigmatica figura del
XX secolo.
La figura-chiave che avrebbe potuto modificare tutto questo scenario è quella di Rudolf Hess e il suo misterioso volo in Scozia. Il numero tre del regime hitleriano, dopo lo stesso Hitler e Goering, era lui. Personaggio enigmatico e idealista, Hess progettò l'idea di raggiungere in volo la Gran Bretagna per vedere di trovare con gli inglesi quella pace davvero complicata da raggiungere per tutti gli interessi in campo. Nel suolo britannico egli aveva molti amici, tra cui il duca di Hamilton seguito da tutta la corrente inglese che si opponeva alle mire di Churchill.

Non è dato di sapere con certezza se questa iniziativa Hess la intraprese in solitaria, convinto di dare seguito all'apertura di Hitler alla Gran Bretagna, oppure fu concordata. Sta di fatto che Hess compì il volo nel maggio 1941, appena ebbe la certezza dell'operazione Barbarossa (la guerra preventiva della Germania contro l'Unione Sovietica) e la consapevolezza delle disastrose conseguenze che questo avrebbe potuto creare nel futuro alla Germania (come in effetti avvenne). Era anche un atto di raziocinio: per evitare una guerra totale e una guerra, quella tra Germania ed Inghilterra, che davvero non aveva senso.
Linee d'attacco dell'operazione Barbarossa:
un fronte lungo 3000 Km, una operazione
militare che sconvolse l'Europa.


L'operazione fallì: Hess fu preso in consegna dagli Inglesi e arrestato, mentre il governo tedesco prese le distanze dalla sua iniziativa giustificandola con problemi mentali che da tempo lo affliggevano: probabilmente fu una reazione già preventivata nel caso di insuccesso dell'iniziativa.
Certo, i margini di successo dell'impresa non erano ampi: ma nemmeno così esigui da liquidarla come una iniziativa folle. Nel caso in cui Hess fosse riuscito a ribaltare la situazione spingendo la Destra inglese alle dimissioni di Churchill, la portata di questo successo sarebbe stata così ampia da riscrivere letteralmente la storia.

Perché? Pensiamo in primo luogo alla Russia: sarebbe stata in grave difficoltà a proseguire la propria politica di espansione (aveva già annesso ai suoi territori metà Polonia; tutti i paesi baltici Estonia, Lettonia e Lituania; 2 regioni romene, Bessarabia e Bucovina settentrionale; Finlandia, Bulgaria, gli Stretti e i giacimenti petroliferi del Medio Oriente): questo perché tutti i governi d'Europa, compresa la Gran Bretagna, avrebbero fatto blocco. Stati Uniti e Inghilterra non sarebbero più stati alleati, l'operazione Barbarossa sarebbe con tutta probabilità saltata e in ogni caso Stalin non avrebbe più potuto contare sulle forniture di materiale bellico. Il patto tripartito (Italia, Germania e Giappone) avrebbe incontrato l'alleanza degli anglo-americani e persino la trappola di Pearl Harbor, utilizzata come pretesto dagli Stati Uniti per entrare nel conflitto, non sarebbe scattata.

E' andata diversamente. Fu meglio o peggio? Ognuno può trarre le proprie conclusioni, lasciando perdere tutti i racconti preconfezionati che siamo abituati a sentire.
Questa fu forse l'occasione mancata per un differente avvenire: la Germania sarebbe rimasta il cuore dell'Europa, Italia e Inghilterra avrebbero indubbiamente assunto un ruolo di primo piano, la Russia (rimasta a corto di alleati) avrebbe con tutta probabilità mantenuto i propri confini dovendosi anche guardare le spalle dal Giappone.
Certamente sarebbe anche arrivato il tramonto dell'era dei regimi, sia hitleriano sia mussoliniano sia staliniano, e sarebbe stato giusto così. Per una maggiore democrazia e consapevolezza.
Ma l'idea di riscrivere il futuro dell'Europa senza l'influenza statunitense, un'Europa delle Nazioni forte e indipendente, è una ipotesi non priva di fascino.

Per quanto riguarda la figura di Hess, ci ripromettiamo in futuro di scrivere su questo blog un approfondimento sulla sua temeraria impresa e sulla sua vita.

sabato 30 agosto 2014

L'importanza della ricerca della verità storica e della libertà di pensiero

La Storia è il complesso degli accadimenti umani nel loro svolgimento temporale.
Storia Antica, Storia Medioevale, Storia Moderna e Storia Contemporanea. Queste sono le tradizionali divisioni della Storia, in particolare dell'Occidente.
Secondo questa definizione, la Storia dovrebbe essere una pura e semplice narrazione dei fatti. Così come sono avvenuti. In maniera distaccata, equilibrata.
Ma questo corrisponde alla realtà? Non sempre. Specialmente quando si parla di Storia Moderna e Storia Contemporanea. Ovvero quando si parla di avvenimenti che abbiamo vissuto nell'arco della nostra esistenza o comunque per i quali gli archivi storici sono ricchi di documenti e di testimonianze che dovrebbero -come sarebbe giusto- consentirci di avere la più vasta e completa informazione sui fatti.
Se si parla della scuola, in base alla mia esperienza e ai miei ricordi debbo dire che, ai tempi, non dubitavo sulla veridicità e uniformità di giudizio riguardo tutto ciò che veniva descritto su un libro di Storia. Se quello c'era scritto, quello per me era la cosa giusta. Non era certo prassi normale di un alunno delle scuole Elementari, Medie e forse anche Superiori mettere in discussione i "sacri" testi. Un atteggiamento assolutamente spontaneo, questo. Mio come dei miei compagni. Non c'era nemmeno bisogno di nessuno che ci incoraggiasse a seguire questa direzione, il messaggio che ci arrivava era già chiaro e forte.
Con il tempo, essendomi sempre più appassionato alla Storia Moderna e quindi con il piacere di approfondire sempre più argomenti, mi sono reso conto che chi ha scritto i libri di storia in tanti casi non lo ha fatto per il piacere di trasmettere la propria competenza e dare una corretta informazione, ma lo ha fatto per altri scopi. Assai meno nobili di questi.
Forse è troppo difficile parlare di determinati avvenimenti storici senza politica e senza propaganda. In modo spassionato. Eppure chi ha il potere di scrivere libri che trattano questi avvenimenti o chi divulga pubblicamente le notizie, che quindi ha l'enorme responsabilità morale di formare una coscienza civica nelle nuove generazioni e nei cittadini di oggi e di domani, non dovrebbe in nessun modo e per nessun motivo sottrarsi a determinati principi.
Il grande Albert Einstein nell'esposizione della sua visione del mondo scrisse che "i giornali di un Paese possono, in due settimane, portare la folla cieca e ignorante ad un tale stato di esasperazione e di eccitazione da indurre gli uomini ad indossare l'abito militare per uccidere e farsi uccidere allo scopo di permettere a ignoti affaristi di realizzare i loro ignobili piani".
Quanto aveva ragione....i mezzi di propaganda di chi oggi detiene il potere globale sono inarginabili. Attraverso una sottocultura storica appositamente creata e divulgata da giornali, televisioni e cinematografia, si sono manipolate le coscienze lavorando sulle emozioni. Per raggiungere torbidi scopi. Per alzare e abbassare a piacimento le tensioni e le paure della gente comune. Per permettere a poche persone di controllarne milioni. Per giustificare guerre, aggressioni, invasioni contro chi non si sottomette e non ha i mezzi per difendersi.
E alla fine, dopo aver fatto terra bruciata con i loro interventi "umanitari" e coperto tutte le atrocità commesse, cosa fanno? Mettono sulle poltrone dei governi dei burattini, degli "yes man" che assecondano i loro interessi economici e politici.
Una volta maturata una certa consapevolezza e senso critico, ho capito tutte queste cose. Mi sono reso conto di appartenere ad una generazione sottoposta (a partire dalla scuola) in un certo senso al lavaggio del cervello, ossessionata con storie di atti sempre mostruosi, inenarrabili, macabri, contrapposti ad un imprecisato bene rappresentato dalla "morale superiore", per assoggettarne la libertà di giudizio.
Quando si tratta di determinati argomenti, chi si rivolge a noi sembra oltremodo ansioso di darci una definizione di bene e di male, di costringerci a stare da una parte pitturando l'altra come inqualificabile e disdicevole, di farci interiorizzare tutti questi meccanismi mentali per farci sempre scegliere la parte "giusta" e aborrire l'altra.
Ho imparato a diffidare di questo, in particolare quando percepisco la volontà di imporre un modello comportamentale, di creare automi che non coltivano mai il dubbio, tutti spinti da una comune emotività nei confronti di determinate questioni.
Ho imparato a formare una mia coscienza. Magari opinabile, ma lecita. E soprattutto, mia.
Tutti dovremmo aspirare a questo. A fare giusto o anche sbagliare, ma con la nostra testa.
Quando i punti di riferimento intorno a noi non sono credibili perché hanno una connotazione politica e sono sorretti da lobby di potere, allora è meglio che partiamo da noi stessi.
Partire da noi stessi vuol dire osservare un fatto storico o contemporaneo attraverso i punti di vista più diversi e le opinioni formulate da ogni angolazione. Mai dimenticando i fatti, quelli sono la prima cosa. Ma occorre considerarli tutti, da ogni parte, senza esaltarne certi e senza dimenticarne volenterosamente altri. Perché taluni che hanno scritto i libri di Storia questo hanno fatto, purtroppo. E altri continuano a farlo oggi a mezzo televisione e stampa.
Dobbiamo indubbiamente assumere una posizione di condanna tassativa verso fatti storici e contemporanei di violenza indiscriminata. Tutti, senza colore. Questo è assolutamente giusto.
Ma non solo. E' anche necessario difendere la libertà di espressione e la ricerca della verità storica.
In questo senso, trovo che i cosiddetti reati di opinione siano un altro caposaldo di cui i poteri forti mondiali si servono in tanti Paesi.
Impongono leggi bavaglio, intrise di apparente moralismo e buonismo ma in realtà contro la libertà e la democrazia. Si permettono di imporci la giusta strada da seguire, ma lo fanno con le mani sporche di sangue. Dopo che si sono resi responsabili di atti disumani peggiori di quelli dai quali prendono le distanze con le parole e con queste leggi.
Si tratta di falsificazioni vergognose, ma questa è anche la dimostrazione di come si ha paura che la verità possa venire a galla. Su tanti disparati argomenti. Perché si teme che dopo le campagne propagandistiche fatte di emozioni, gli storici si interroghino sulle prove e gli studiosi si rendano conto delle mistificazioni.
Ma mi auguro che proprio queste leggi liberticide, imposte in maniera tale da avere davvero sapore di regime, possano aprire gli occhi a chi ancora crede nella libertà di pensiero e nella importanza della indipendenza nella ricerca storica.


domenica 24 agosto 2014

Ludwig van Beethoven: da fanciullo prodigio mancato a Immortale

E' stata molto molto intensa la vita del grande compositore tedesco Ludwig van Beethoven (Bonn 1770-Vienna 1827).
Con antenati contadini fiamminghi, ma con già il nonno che aveva lasciato la terra natia per stabilirsi a Bonn ove venne stipendiato dalla cappella arcivescovile come strumentista, e con poi il padre Johann tenore nella stessa cappella, fu anche egli iniziato dal padre alla musica.
Ma il piccolo Ludwig, pur dimostrando singolari attitudini musicali, non fu mai un vero e proprio bambino prodigio. Perlomeno se rapportato ai canoni dell'epoca (oggi è diverso: la decadenza culturale e le aberrazioni della nostra società fanno si che anche un ciarlatano senza talento e spessore culturale possa spacciarsi per fenomeno davanti ad una semplice telecamera).
Il tentativo del padre di lanciarlo come fanciullo prodigio, fallì. Ebbene si. Strano a dirsi per chi a 12 anni già componeva.
Ma le ristrettezze economiche e i disordini psicologici del padre Johann, che morì alcolizzato nel 1792, segnarono profondamente l'infanzia di Beethoven. Posero le basi del suo carattere aspro, intemperante e dai violenti contrasti interiori.
Inizio la sua educazione musicale con l'indiretta influenza dell'altro compositore tedesco Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788), che gli aprì interessanti prospettive non solo sul mondo musicale ma anche su quello letterario e filosofico. Altrettanto importante fu l'arrivo a Bonn nel 1784 del giovane arcivescovo Maximilian Franz che trasformò radicalmente la vita della cittadina dandole nuovo e concreto vigore musical-culturale e fondando tra l'altro un università che fu frequentata dallo stesso Beethoven.
Nel 1787 l'arcivescovo concesse a Beethoven di spostarsi a Vienna per perfezionarsi sotto la guida di qualche maestro illustre (si presume Mozart) ma ben presto Beethoven dovette interrompere il soggiorno a causa della morte della madre.
Si recò nuovamente a Vienna nel 1792. La sua bravura come pianista e soprattutto la sua grande capacità di improvvisazione non tardarono ad aprirgli le porte della nobiltà viennese. La grande possibilità offerta dall'Europa di quegli anni, così proiettata verso l'esaltazione ed enfatizzazione dell'arte come dovere morale ed occasione di prestigio sociale, diede a Beethoven l'opportunità di esprimere tutto il proprio talento con l'entusiasmo di chi si sentiva portatore di un grande messaggio umano. Ma nel 1795-1798 si manifestarono i primi sintomi della sordità, che progredì in seguito fino alla completa atrofia del nervo acustico. La consapevolezza della sventura diede inizio alle terribili crisi di sconforto e alle tensioni interiori che tormentarono tutto il suo arco creativo, testimoniate dal "Testamento di Heilgenstadt" (1802). Erano crisi dalle quali Beethoven riusciva ad emergere grazie al suo naturale ottimismo, che tuttavia non riuscì ad evitare l'inasprimento dei suoi contatti sociali e i suoi difficili rapporti con le donne che ne determinarono quella incompiutezza familiare che egli avversava, convinto come era dell'importanza e della fede verso la famiglia che cantò nell'opera "Fidelio".
Nel 1815 la sua totale sordità lo costrinse ad interrompere ogni attività di pianista e direttore, e i suoi contatti con il mondo restarono affidati ai soli cosiddetti quaderni di conversazione sui quali i suoi interlocutori scrivevano ciò che volevano comunicargli.
Le opere di Beethoven furono nel loro insieme non numerosissime ma naturalmente di elevatissima qualità, concentrazione e densità. Concerti per pianoforte e orchestra, violino, messe e opere teatrali. Ma come non evidenziare, in particolare il lascito sinfonico: 9 sinfonie, capolavori assoluti dove l'esaltazione di temi come la meditazione, l'eroismo, il trionfo del bene sul male e l'incontenibile vitalità "fisica" rendono immortali le opere e l'autore. L'eredita creativa di Beethoven è immensa e la potenza che emana deve restare riferimento per accrescere la sensibilità di ogni nuova generazione.

mercoledì 13 agosto 2014

Berlino: 53 anni fa veniva eretto il muro, il più grande simbolo di divisione ideologica

Il 13 Agosto del 1961 nasceva il Muro di Berlino, estrema conseguenza del frazionamento post bellico operato dai vincitori del secondo conflitto mondiale. Le due zone d'influenza erano Berlino Est (filo-sovietico) e Berlino Ovest (filo-americano). Le autorità della Germania dell'Est giustificarono la costruzione del muro come deterrente per evitare invasioni dall'Ovest, ma in realtà lo scopo del Muro era quello di arrestare l'esodo dei cittadini verso la Repubblica Federale Tedesca (RFT).
Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Questa fu la condizione forzata e imposta dal Muro al momento della costruzione. Fortissimo fu l'impatto emotivo su tante famiglie e tante amicizie che si trovarono all'improvviso separate da cemento armato e filo spinato senza possibilità di ricongiunzione.
Militarmente sorvegliato a vista, alto 3-4 metri, lungo decine di chilometri, ben presto duplicato in parallelo a generare la cosiddetta "striscia della morte", una terra di nessuno dove perirono decine e decine di persone nei tentativi di fuga.
 
Pertanto il Muro non è stato solo una semplice divisione fisica della città di Berlino. Il Muro ha rappresentato il simbolo della divisione ideologica non solo tra Est e Ovest, ma del mondo intero.
Per tutta la Guerra Fredda, ogni crescendo di tensione tra USA e URSS in ogni parte del mondo sarebbe inevitabilmente sfociato a Berlino.
Il muro venne abbattuto nel 1989, la sua caduta simboleggia il crollo del Comunismo.

domenica 10 agosto 2014

Democrito di Abdera (460 ca a.C. - 370 ca a.C.): il più antico Padre dell'Atomo

Democrito di Abdera, filosofo greco.
Ma, quel che è più rilevante, è verosimilmente stato il primo scienziato che formulò una vera teoria atomistica della materia.
Cosa assolutamente straordinaria per quei tempi, una delle tante testimonianze di quanto la Grecia sia stata culla della civiltà.
Democrito iniziò una ricerca che sostanzialmente si interruppe fino agli inizi del XIX secolo, quando la teoria atomica venne ripresa e definita.
Contemporaneo di Socrate, sostenne con fermezza l'impossibilità di procedere all'infinito nella divisione della materia: ad un certo punto si arriverà ad avere particelle indivisibili (atomi) che non racchiudono spazio vuoto. Dal moto degli atomi derivano tutte le cose.
Il nascere e perire è solo aggregazione e disgregazione di parti; nulla si crea e nulla si distrugge.
Dei risultati e una corrente di pensiero quindi davvero straordinari tenuto conto dell'epoca, corrente che sostanzialmente "resistette" fino al 1903, quando la scoperta e i successivi studi sulla radioattività dimostrarono come l'atomo non fosse indivisibile.
Ciò nonostante...scrisse la storia e in quanto tale sopravvisse ai secoli. Ancora oggi.

venerdì 8 agosto 2014

Albert Einstein: teorie sempre attuali

Il "come io vedo il mondo" di Albert Einstein è una visione sempre attuale, e non meno catalizzatrice della sua teoria della relatività. L'uomo visto come membro della società umana; la libertà spirituale degli individui e l'unità sociale; il pericolo del decadimento della dignità umana dovuto all'informazione manipolata ed esasperata unito alla militarizzazione degli stati; il valore sociale della ricchezza degenerato nell'egoismo dell'uso del denaro. Sono argomenti sempre attuali, dai quali l'umanità dovrebbe costantemente attingere per trarne un insegnamento. Piccolo o grande che sia.

Leni Riefenstahl

Fu donna agguerrita e affascinante, attrice impavida e regista prediletta di Adolf Hitler.
Nata a Berlino il 22 Agosto 1902, frequentò l'Accademia delle Belle Arti di Berlino. Affermata ballerina, si trovò ben presto a sorpresa nel mondo di celluloide che fino a quel tempo aveva assaggiato solo come spettatrice. Nel 1926 iniziò la sua carriera di attrice e nel 1929 ci fu la consacrazione con la partecipazione a "L'inferno bianco del Piz Palu", un lungometraggio di 135 minuti rimasto nella storia del cinema e omaggiato anche da Quentin Tarantino nel recente "Bastardi senza Gloria". Nel 1932 Leni Riefenstahl conosceva personalmente il prossimo cancelliere tedesco Adolf Hitler, e questo decisivo incontro le aprì le porte della regia cinematografica.  Regista di regime, ma più che altro artigiana della messa in scena prestata alla propaganda, seppe indissolubilmente legare la sua fama ai documentari, levigati e pieni di fascino sinistro, con cui celebrò Hitler e l'apoteosi del Nazismo. Il "Trionfo della Volontà", girato in occasione del raduno del partito a Norimberga nel 1934, e "Olympia", girato in occasione delle Olimpiadi berlinesi del 1936, furono i capisaldi della celebrazione della potenza del regime e della rappresentazione cinematica dello sport.
A guerra finita, la Riefenstahl venne processata e bollata come collaboratrice del regime, un marchio d'infamia che la segnò per tutta la sua lunghissima vita e le fece accantonare numerosi progetti. Tuttavia ciò non le impedì di proseguire la professione di documentarista operando prima in Africa tra alcune sperdute tribù, poi come cineoperatrice e fotografa naturalista specializzata in immersioni subaquee. Nel 2002, a cento anni suonati, completò il montaggio di un documentario sulla barriera corallina.
Leni Riefenstahl è morta il 9 Settembre 2003.

Hiroshima, 69 anni fa l'orrore dell'atomica.

Sono passati 69 anni esatti. Da quel 6 agosto del 1945. Da quando la follia degli atomi scatenò l'orrore, da quando l'uomo decise di accendere un sole artificiale sulla terra.
"Enola Gay", il bombardiere americano che trasportò e sganciò l'"Arma Assoluta" sul Giappone, era partito all'alba di quel giorno dalla base militare di Tinian, centro nevralgico e strategico delle operazioni americane contro il Giappone.
In Europa la guerra era finita, ma il mondo stava per assistere all'epilogo ancora più drammatico di ciò che era rimasto alle spalle. Restava da sistemare, per gli USA, il contenzioso con il Giappone. E il presidente statunitense Truman aveva impartito l'ordine di sgancio e aveva fissato una data che sarebbe entrata nella storia per aver cambiato il mondo intero.
La bomba detonò alle ore otto, sedici primi e otto secondi sulla città di Hiroshima, una delle poche che erano state quasi risparmiate dai bombardamenti convenzionali. Migliaia di poveri esseri, circa 30.000 persone, si volatilizzarono nell'attimo di un attimo. Nessuna sensazione, nessuna sofferenza. Niente. E altre centinaia di migliaia morirono poco dopo o tra sofferenze atroci nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi, rosi dalle radiazioni.
La desolazione di Hiroshima atomizzata.

Il Giappone, dopo aver assistito alla medesima distruzione anche di Nagasaki, si arrese. La guerra terminò del tutto. Ma a quale prezzo?
Questa è sempre stata la domanda. Fin dall'inizio l'umanità, quella buona, quella fatta da esseri umani solidali verso altri esseri umani, si è sempre chiesta con sgomento se fosse davvero necessario l'uso di una simile arma. Specialmente una volta presa coscienza del pericolo della radioattività, incontrollabile, e degli effetti postumi delle radiazioni che sono perdurati per generazioni.
Sono passati 69 anni. In tutto questo tempo nessun altro stato ha usato ordigni nucleari contro un altro stato. Ma gli esperimenti nucleari sono proseguiti per decenni durante la guerra fredda, e l'equilibrio del terrore corre sempre sul filo ieri come oggi. E oltre alle questioni più prettamente politiche, il recente incidente alla centrale di Fukushima sembra essere il minaccioso monito di un problema sempre attuale.
Intanto oggi il Giappone ricorda la ferita indelebile, al Parco della Pace di Hiroshima e sul fiume Ota, dove vengono lasciati galleggiare dei cimeli ognuno dei quali ricorda un'anima scomparsa.
Il Giappone ricorda un qualcosa impossibile da dimenticare.