La Storia è il complesso degli accadimenti umani nel loro svolgimento temporale.
Storia Antica, Storia Medioevale, Storia Moderna e Storia Contemporanea. Queste sono le tradizionali divisioni della Storia, in particolare dell'Occidente.
Secondo questa definizione, la Storia dovrebbe essere una pura e semplice narrazione dei fatti. Così come sono avvenuti. In maniera distaccata, equilibrata.
Ma questo corrisponde alla realtà? Non sempre. Specialmente quando si parla di Storia Moderna e Storia Contemporanea. Ovvero quando si parla di avvenimenti che abbiamo vissuto nell'arco della nostra esistenza o comunque per i quali gli archivi storici sono ricchi di documenti e di testimonianze che dovrebbero -come sarebbe giusto- consentirci di avere la più vasta e completa informazione sui fatti.
Se si parla della scuola, in base alla mia esperienza e ai miei ricordi debbo dire che, ai tempi, non dubitavo sulla veridicità e uniformità di giudizio riguardo tutto ciò che veniva descritto su un libro di Storia. Se quello c'era scritto, quello per me era la cosa giusta. Non era certo prassi normale di un alunno delle scuole Elementari, Medie e forse anche Superiori mettere in discussione i "sacri" testi. Un atteggiamento assolutamente spontaneo, questo. Mio come dei miei compagni. Non c'era nemmeno bisogno di nessuno che ci incoraggiasse a seguire questa direzione, il messaggio che ci arrivava era già chiaro e forte.
Con il tempo, essendomi sempre più appassionato alla Storia Moderna e quindi con il piacere di approfondire sempre più argomenti, mi sono reso conto che chi ha scritto i libri di storia in tanti casi non lo ha fatto per il piacere di trasmettere la propria competenza e dare una corretta informazione, ma lo ha fatto per altri scopi. Assai meno nobili di questi.
Forse è troppo difficile parlare di determinati avvenimenti storici senza politica e senza propaganda. In modo spassionato. Eppure chi ha il potere di scrivere libri che trattano questi avvenimenti o chi divulga pubblicamente le notizie, che quindi ha l'enorme responsabilità morale di formare una coscienza civica nelle nuove generazioni e nei cittadini di oggi e di domani, non dovrebbe in nessun modo e per nessun motivo sottrarsi a determinati principi.
Il grande Albert Einstein nell'esposizione della sua visione del mondo scrisse che "i giornali di un Paese possono, in due settimane, portare la folla cieca e ignorante ad un tale stato di esasperazione e di eccitazione da indurre gli uomini ad indossare l'abito militare per uccidere e farsi uccidere allo scopo di permettere a ignoti affaristi di realizzare i loro ignobili piani".
Quanto aveva ragione....i mezzi di propaganda di chi oggi detiene il potere globale sono inarginabili. Attraverso una sottocultura storica appositamente creata e divulgata da giornali, televisioni e cinematografia, si sono manipolate le coscienze lavorando sulle emozioni. Per raggiungere torbidi scopi. Per alzare e abbassare a piacimento le tensioni e le paure della gente comune. Per permettere a poche persone di controllarne milioni. Per giustificare guerre, aggressioni, invasioni contro chi non si sottomette e non ha i mezzi per difendersi.
E alla fine, dopo aver fatto terra bruciata con i loro interventi "umanitari" e coperto tutte le atrocità commesse, cosa fanno? Mettono sulle poltrone dei governi dei burattini, degli "yes man" che assecondano i loro interessi economici e politici.
Una volta maturata una certa consapevolezza e senso critico, ho capito tutte queste cose. Mi sono reso conto di appartenere ad una generazione sottoposta (a partire dalla scuola) in un certo senso al lavaggio del cervello, ossessionata con storie di atti sempre mostruosi, inenarrabili, macabri, contrapposti ad un imprecisato bene rappresentato dalla "morale superiore", per assoggettarne la libertà di giudizio.
Quando si tratta di determinati argomenti, chi si rivolge a noi sembra oltremodo ansioso di darci una definizione di bene e di male, di costringerci a stare da una parte pitturando l'altra come inqualificabile e disdicevole, di farci interiorizzare tutti questi meccanismi mentali per farci sempre scegliere la parte "giusta" e aborrire l'altra.
Ho imparato a diffidare di questo, in particolare quando percepisco la volontà di imporre un modello comportamentale, di creare automi che non coltivano mai il dubbio, tutti spinti da una comune emotività nei confronti di determinate questioni.
Ho imparato a formare una mia coscienza. Magari opinabile, ma lecita. E soprattutto, mia.
Tutti dovremmo aspirare a questo. A fare giusto o anche sbagliare, ma con la nostra testa.
Quando i punti di riferimento intorno a noi non sono credibili perché hanno una connotazione politica e sono sorretti da lobby di potere, allora è meglio che partiamo da noi stessi.
Partire da noi stessi vuol dire osservare un fatto storico o contemporaneo attraverso i punti di vista più diversi e le opinioni formulate da ogni angolazione. Mai dimenticando i fatti, quelli sono la prima cosa. Ma occorre considerarli tutti, da ogni parte, senza esaltarne certi e senza dimenticarne volenterosamente altri. Perché taluni che hanno scritto i libri di Storia questo hanno fatto, purtroppo. E altri continuano a farlo oggi a mezzo televisione e stampa.
Dobbiamo indubbiamente assumere una posizione di condanna tassativa verso fatti storici e contemporanei di violenza indiscriminata. Tutti, senza colore. Questo è assolutamente giusto.
Ma non solo. E' anche necessario difendere la libertà di espressione e la ricerca della verità storica.
In questo senso, trovo che i cosiddetti reati di opinione siano un altro caposaldo di cui i poteri forti mondiali si servono in tanti Paesi.
Impongono leggi bavaglio, intrise di apparente moralismo e buonismo ma in realtà contro la libertà e la democrazia. Si permettono di imporci la giusta strada da seguire, ma lo fanno con le mani sporche di sangue. Dopo che si sono resi responsabili di atti disumani peggiori di quelli dai quali prendono le distanze con le parole e con queste leggi.
Si tratta di falsificazioni vergognose, ma questa è anche la dimostrazione di come si ha paura che la verità possa venire a galla. Su tanti disparati argomenti. Perché si teme che dopo le campagne propagandistiche fatte di emozioni, gli storici si interroghino sulle prove e gli studiosi si rendano conto delle mistificazioni.
Ma mi auguro che proprio queste leggi liberticide, imposte in maniera tale da avere davvero sapore di regime, possano aprire gli occhi a chi ancora crede nella libertà di pensiero e nella importanza della indipendenza nella ricerca storica.
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sabato 30 agosto 2014
domenica 24 agosto 2014
Ludwig van Beethoven: da fanciullo prodigio mancato a Immortale
E' stata molto molto intensa la vita del grande compositore tedesco Ludwig van Beethoven (Bonn 1770-Vienna 1827).
Con antenati contadini fiamminghi, ma con già il nonno che aveva lasciato la terra natia per stabilirsi a Bonn ove venne stipendiato dalla cappella arcivescovile come strumentista, e con poi il padre Johann tenore nella stessa cappella, fu anche egli iniziato dal padre alla musica.
Ma il piccolo Ludwig, pur dimostrando singolari attitudini musicali, non fu mai un vero e proprio bambino prodigio. Perlomeno se rapportato ai canoni dell'epoca (oggi è diverso: la decadenza culturale e le aberrazioni della nostra società fanno si che anche un ciarlatano senza talento e spessore culturale possa spacciarsi per fenomeno davanti ad una semplice telecamera).
Il tentativo del padre di lanciarlo come fanciullo prodigio, fallì. Ebbene si. Strano a dirsi per chi a 12 anni già componeva.
Ma le ristrettezze economiche e i disordini psicologici del padre Johann, che morì alcolizzato nel 1792, segnarono profondamente l'infanzia di Beethoven. Posero le basi del suo carattere aspro, intemperante e dai violenti contrasti interiori.
Inizio la sua educazione musicale con l'indiretta influenza dell'altro compositore tedesco Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788), che gli aprì interessanti prospettive non solo sul mondo musicale ma anche su quello letterario e filosofico. Altrettanto importante fu l'arrivo a Bonn nel 1784 del giovane arcivescovo Maximilian Franz che trasformò radicalmente la vita della cittadina dandole nuovo e concreto vigore musical-culturale e fondando tra l'altro un università che fu frequentata dallo stesso Beethoven.
Nel 1787 l'arcivescovo concesse a Beethoven di spostarsi a Vienna per perfezionarsi sotto la guida di qualche maestro illustre (si presume Mozart) ma ben presto Beethoven dovette interrompere il soggiorno a causa della morte della madre.
Si recò nuovamente a Vienna nel 1792. La sua bravura come pianista e soprattutto la sua grande capacità di improvvisazione non tardarono ad aprirgli le porte della nobiltà viennese. La grande possibilità offerta dall'Europa di quegli anni, così proiettata verso l'esaltazione ed enfatizzazione dell'arte come dovere morale ed occasione di prestigio sociale, diede a Beethoven l'opportunità di esprimere tutto il proprio talento con l'entusiasmo di chi si sentiva portatore di un grande messaggio umano. Ma nel 1795-1798 si manifestarono i primi sintomi della sordità, che progredì in seguito fino alla completa atrofia del nervo acustico. La consapevolezza della sventura diede inizio alle terribili crisi di sconforto e alle tensioni interiori che tormentarono tutto il suo arco creativo, testimoniate dal "Testamento di Heilgenstadt" (1802). Erano crisi dalle quali Beethoven riusciva ad emergere grazie al suo naturale ottimismo, che tuttavia non riuscì ad evitare l'inasprimento dei suoi contatti sociali e i suoi difficili rapporti con le donne che ne determinarono quella incompiutezza familiare che egli avversava, convinto come era dell'importanza e della fede verso la famiglia che cantò nell'opera "Fidelio".
Nel 1815 la sua totale sordità lo costrinse ad interrompere ogni attività di pianista e direttore, e i suoi contatti con il mondo restarono affidati ai soli cosiddetti quaderni di conversazione sui quali i suoi interlocutori scrivevano ciò che volevano comunicargli.
Le opere di Beethoven furono nel loro insieme non numerosissime ma naturalmente di elevatissima qualità, concentrazione e densità. Concerti per pianoforte e orchestra, violino, messe e opere teatrali. Ma come non evidenziare, in particolare il lascito sinfonico: 9 sinfonie, capolavori assoluti dove l'esaltazione di temi come la meditazione, l'eroismo, il trionfo del bene sul male e l'incontenibile vitalità "fisica" rendono immortali le opere e l'autore. L'eredita creativa di Beethoven è immensa e la potenza che emana deve restare riferimento per accrescere la sensibilità di ogni nuova generazione.
Con antenati contadini fiamminghi, ma con già il nonno che aveva lasciato la terra natia per stabilirsi a Bonn ove venne stipendiato dalla cappella arcivescovile come strumentista, e con poi il padre Johann tenore nella stessa cappella, fu anche egli iniziato dal padre alla musica.
Ma il piccolo Ludwig, pur dimostrando singolari attitudini musicali, non fu mai un vero e proprio bambino prodigio. Perlomeno se rapportato ai canoni dell'epoca (oggi è diverso: la decadenza culturale e le aberrazioni della nostra società fanno si che anche un ciarlatano senza talento e spessore culturale possa spacciarsi per fenomeno davanti ad una semplice telecamera).
Il tentativo del padre di lanciarlo come fanciullo prodigio, fallì. Ebbene si. Strano a dirsi per chi a 12 anni già componeva.
Ma le ristrettezze economiche e i disordini psicologici del padre Johann, che morì alcolizzato nel 1792, segnarono profondamente l'infanzia di Beethoven. Posero le basi del suo carattere aspro, intemperante e dai violenti contrasti interiori.
Inizio la sua educazione musicale con l'indiretta influenza dell'altro compositore tedesco Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788), che gli aprì interessanti prospettive non solo sul mondo musicale ma anche su quello letterario e filosofico. Altrettanto importante fu l'arrivo a Bonn nel 1784 del giovane arcivescovo Maximilian Franz che trasformò radicalmente la vita della cittadina dandole nuovo e concreto vigore musical-culturale e fondando tra l'altro un università che fu frequentata dallo stesso Beethoven.
Nel 1787 l'arcivescovo concesse a Beethoven di spostarsi a Vienna per perfezionarsi sotto la guida di qualche maestro illustre (si presume Mozart) ma ben presto Beethoven dovette interrompere il soggiorno a causa della morte della madre.
Si recò nuovamente a Vienna nel 1792. La sua bravura come pianista e soprattutto la sua grande capacità di improvvisazione non tardarono ad aprirgli le porte della nobiltà viennese. La grande possibilità offerta dall'Europa di quegli anni, così proiettata verso l'esaltazione ed enfatizzazione dell'arte come dovere morale ed occasione di prestigio sociale, diede a Beethoven l'opportunità di esprimere tutto il proprio talento con l'entusiasmo di chi si sentiva portatore di un grande messaggio umano. Ma nel 1795-1798 si manifestarono i primi sintomi della sordità, che progredì in seguito fino alla completa atrofia del nervo acustico. La consapevolezza della sventura diede inizio alle terribili crisi di sconforto e alle tensioni interiori che tormentarono tutto il suo arco creativo, testimoniate dal "Testamento di Heilgenstadt" (1802). Erano crisi dalle quali Beethoven riusciva ad emergere grazie al suo naturale ottimismo, che tuttavia non riuscì ad evitare l'inasprimento dei suoi contatti sociali e i suoi difficili rapporti con le donne che ne determinarono quella incompiutezza familiare che egli avversava, convinto come era dell'importanza e della fede verso la famiglia che cantò nell'opera "Fidelio".
Nel 1815 la sua totale sordità lo costrinse ad interrompere ogni attività di pianista e direttore, e i suoi contatti con il mondo restarono affidati ai soli cosiddetti quaderni di conversazione sui quali i suoi interlocutori scrivevano ciò che volevano comunicargli.
Le opere di Beethoven furono nel loro insieme non numerosissime ma naturalmente di elevatissima qualità, concentrazione e densità. Concerti per pianoforte e orchestra, violino, messe e opere teatrali. Ma come non evidenziare, in particolare il lascito sinfonico: 9 sinfonie, capolavori assoluti dove l'esaltazione di temi come la meditazione, l'eroismo, il trionfo del bene sul male e l'incontenibile vitalità "fisica" rendono immortali le opere e l'autore. L'eredita creativa di Beethoven è immensa e la potenza che emana deve restare riferimento per accrescere la sensibilità di ogni nuova generazione.
mercoledì 13 agosto 2014
Berlino: 53 anni fa veniva eretto il muro, il più grande simbolo di divisione ideologica
Il 13 Agosto del 1961 nasceva il Muro di Berlino, estrema conseguenza del frazionamento post bellico operato dai vincitori del secondo conflitto mondiale. Le due zone d'influenza erano Berlino Est (filo-sovietico) e Berlino Ovest (filo-americano). Le autorità della Germania dell'Est giustificarono la costruzione del muro come deterrente per evitare invasioni dall'Ovest, ma in realtà lo scopo del Muro era quello di arrestare l'esodo dei cittadini verso la Repubblica Federale Tedesca (RFT).
Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Questa fu la condizione forzata e imposta dal Muro al momento della costruzione. Fortissimo fu l'impatto emotivo su tante famiglie e tante amicizie che si trovarono all'improvviso separate da cemento armato e filo spinato senza possibilità di ricongiunzione.
Militarmente sorvegliato a vista, alto 3-4 metri, lungo decine di chilometri, ben presto duplicato in parallelo a generare la cosiddetta "striscia della morte", una terra di nessuno dove perirono decine e decine di persone nei tentativi di fuga.
Pertanto il Muro non è stato solo una semplice divisione fisica della città di Berlino. Il Muro ha rappresentato il simbolo della divisione ideologica non solo tra Est e Ovest, ma del mondo intero.
Per tutta la Guerra Fredda, ogni crescendo di tensione tra USA e URSS in ogni parte del mondo sarebbe inevitabilmente sfociato a Berlino.
Il muro venne abbattuto nel 1989, la sua caduta simboleggia il crollo del Comunismo.
Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. Questa fu la condizione forzata e imposta dal Muro al momento della costruzione. Fortissimo fu l'impatto emotivo su tante famiglie e tante amicizie che si trovarono all'improvviso separate da cemento armato e filo spinato senza possibilità di ricongiunzione.
Militarmente sorvegliato a vista, alto 3-4 metri, lungo decine di chilometri, ben presto duplicato in parallelo a generare la cosiddetta "striscia della morte", una terra di nessuno dove perirono decine e decine di persone nei tentativi di fuga.
Pertanto il Muro non è stato solo una semplice divisione fisica della città di Berlino. Il Muro ha rappresentato il simbolo della divisione ideologica non solo tra Est e Ovest, ma del mondo intero.
Per tutta la Guerra Fredda, ogni crescendo di tensione tra USA e URSS in ogni parte del mondo sarebbe inevitabilmente sfociato a Berlino.
Il muro venne abbattuto nel 1989, la sua caduta simboleggia il crollo del Comunismo.
domenica 10 agosto 2014
Democrito di Abdera (460 ca a.C. - 370 ca a.C.): il più antico Padre dell'Atomo
Democrito di Abdera, filosofo greco.
Ma, quel che è più rilevante, è verosimilmente stato il primo scienziato che formulò una vera teoria atomistica della materia.
Cosa assolutamente straordinaria per quei tempi, una delle tante testimonianze di quanto la Grecia sia stata culla della civiltà.
Democrito iniziò una ricerca che sostanzialmente si interruppe fino agli inizi del XIX secolo, quando la teoria atomica venne ripresa e definita.
Contemporaneo di Socrate, sostenne con fermezza l'impossibilità di procedere all'infinito nella divisione della materia: ad un certo punto si arriverà ad avere particelle indivisibili (atomi) che non racchiudono spazio vuoto. Dal moto degli atomi derivano tutte le cose.
Il nascere e perire è solo aggregazione e disgregazione di parti; nulla si crea e nulla si distrugge.
Dei risultati e una corrente di pensiero quindi davvero straordinari tenuto conto dell'epoca, corrente che sostanzialmente "resistette" fino al 1903, quando la scoperta e i successivi studi sulla radioattività dimostrarono come l'atomo non fosse indivisibile.
Ciò nonostante...scrisse la storia e in quanto tale sopravvisse ai secoli. Ancora oggi.
Ma, quel che è più rilevante, è verosimilmente stato il primo scienziato che formulò una vera teoria atomistica della materia.
Cosa assolutamente straordinaria per quei tempi, una delle tante testimonianze di quanto la Grecia sia stata culla della civiltà.
Democrito iniziò una ricerca che sostanzialmente si interruppe fino agli inizi del XIX secolo, quando la teoria atomica venne ripresa e definita.
Contemporaneo di Socrate, sostenne con fermezza l'impossibilità di procedere all'infinito nella divisione della materia: ad un certo punto si arriverà ad avere particelle indivisibili (atomi) che non racchiudono spazio vuoto. Dal moto degli atomi derivano tutte le cose.
Il nascere e perire è solo aggregazione e disgregazione di parti; nulla si crea e nulla si distrugge.
Dei risultati e una corrente di pensiero quindi davvero straordinari tenuto conto dell'epoca, corrente che sostanzialmente "resistette" fino al 1903, quando la scoperta e i successivi studi sulla radioattività dimostrarono come l'atomo non fosse indivisibile.
Ciò nonostante...scrisse la storia e in quanto tale sopravvisse ai secoli. Ancora oggi.
venerdì 8 agosto 2014
Albert Einstein: teorie sempre attuali
Il "come io vedo il mondo" di Albert Einstein è una visione sempre attuale, e non meno catalizzatrice della sua teoria della relatività. L'uomo visto come membro della società umana; la libertà spirituale degli individui e l'unità sociale; il pericolo del decadimento della dignità umana dovuto all'informazione manipolata ed esasperata unito alla militarizzazione degli stati; il valore sociale della ricchezza degenerato nell'egoismo dell'uso del denaro. Sono argomenti sempre attuali, dai quali l'umanità dovrebbe costantemente attingere per trarne un insegnamento. Piccolo o grande che sia.
Leni Riefenstahl
Nata a Berlino il 22 Agosto 1902, frequentò l'Accademia delle Belle Arti di Berlino. Affermata ballerina, si trovò ben presto a sorpresa nel mondo di celluloide che fino a quel tempo aveva assaggiato solo come spettatrice. Nel 1926 iniziò la sua carriera di attrice e nel 1929 ci fu la consacrazione con la partecipazione a "L'inferno bianco del Piz Palu", un lungometraggio di 135 minuti rimasto nella storia del cinema e omaggiato anche da Quentin Tarantino nel recente "Bastardi senza Gloria". Nel 1932 Leni Riefenstahl conosceva personalmente il prossimo cancelliere tedesco Adolf Hitler, e questo decisivo incontro le aprì le porte della regia cinematografica. Regista di regime, ma più che altro artigiana della messa in scena prestata alla propaganda, seppe indissolubilmente legare la sua fama ai documentari, levigati e pieni di fascino sinistro, con cui celebrò Hitler e l'apoteosi del Nazismo. Il "Trionfo della Volontà", girato in occasione del raduno del partito a Norimberga nel 1934, e "Olympia", girato in occasione delle Olimpiadi berlinesi del 1936, furono i capisaldi della celebrazione della potenza del regime e della rappresentazione cinematica dello sport.
A guerra finita, la Riefenstahl venne processata e bollata come collaboratrice del regime, un marchio d'infamia che la segnò per tutta la sua lunghissima vita e le fece accantonare numerosi progetti. Tuttavia ciò non le impedì di proseguire la professione di documentarista operando prima in Africa tra alcune sperdute tribù, poi come cineoperatrice e fotografa naturalista specializzata in immersioni subaquee. Nel 2002, a cento anni suonati, completò il montaggio di un documentario sulla barriera corallina.
Leni Riefenstahl è morta il 9 Settembre 2003.
A guerra finita, la Riefenstahl venne processata e bollata come collaboratrice del regime, un marchio d'infamia che la segnò per tutta la sua lunghissima vita e le fece accantonare numerosi progetti. Tuttavia ciò non le impedì di proseguire la professione di documentarista operando prima in Africa tra alcune sperdute tribù, poi come cineoperatrice e fotografa naturalista specializzata in immersioni subaquee. Nel 2002, a cento anni suonati, completò il montaggio di un documentario sulla barriera corallina.
Leni Riefenstahl è morta il 9 Settembre 2003.
Hiroshima, 69 anni fa l'orrore dell'atomica.
Sono passati 69 anni esatti. Da quel 6 agosto del 1945. Da quando la follia degli atomi scatenò l'orrore, da quando l'uomo decise di accendere un sole artificiale sulla terra.
"Enola Gay", il bombardiere americano che trasportò e sganciò l'"Arma Assoluta" sul Giappone, era partito all'alba di quel giorno dalla base militare di Tinian, centro nevralgico e strategico delle operazioni americane contro il Giappone.
In Europa la guerra era finita, ma il mondo stava per assistere all'epilogo ancora più drammatico di ciò che era rimasto alle spalle. Restava da sistemare, per gli USA, il contenzioso con il Giappone. E il presidente statunitense Truman aveva impartito l'ordine di sgancio e aveva fissato una data che sarebbe entrata nella storia per aver cambiato il mondo intero.
La bomba detonò alle ore otto, sedici primi e otto secondi sulla città di Hiroshima, una delle poche che erano state quasi risparmiate dai bombardamenti convenzionali. Migliaia di poveri esseri, circa 30.000 persone, si volatilizzarono nell'attimo di un attimo. Nessuna sensazione, nessuna sofferenza. Niente. E altre centinaia di migliaia morirono poco dopo o tra sofferenze atroci nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi, rosi dalle radiazioni.
Il Giappone, dopo aver assistito alla medesima distruzione anche di Nagasaki, si arrese. La guerra terminò del tutto. Ma a quale prezzo?
Questa è sempre stata la domanda. Fin dall'inizio l'umanità, quella buona, quella fatta da esseri umani solidali verso altri esseri umani, si è sempre chiesta con sgomento se fosse davvero necessario l'uso di una simile arma. Specialmente una volta presa coscienza del pericolo della radioattività, incontrollabile, e degli effetti postumi delle radiazioni che sono perdurati per generazioni.
Sono passati 69 anni. In tutto questo tempo nessun altro stato ha usato ordigni nucleari contro un altro stato. Ma gli esperimenti nucleari sono proseguiti per decenni durante la guerra fredda, e l'equilibrio del terrore corre sempre sul filo ieri come oggi. E oltre alle questioni più prettamente politiche, il recente incidente alla centrale di Fukushima sembra essere il minaccioso monito di un problema sempre attuale.
Intanto oggi il Giappone ricorda la ferita indelebile, al Parco della Pace di Hiroshima e sul fiume Ota, dove vengono lasciati galleggiare dei cimeli ognuno dei quali ricorda un'anima scomparsa.
Il Giappone ricorda un qualcosa impossibile da dimenticare.
"Enola Gay", il bombardiere americano che trasportò e sganciò l'"Arma Assoluta" sul Giappone, era partito all'alba di quel giorno dalla base militare di Tinian, centro nevralgico e strategico delle operazioni americane contro il Giappone.
In Europa la guerra era finita, ma il mondo stava per assistere all'epilogo ancora più drammatico di ciò che era rimasto alle spalle. Restava da sistemare, per gli USA, il contenzioso con il Giappone. E il presidente statunitense Truman aveva impartito l'ordine di sgancio e aveva fissato una data che sarebbe entrata nella storia per aver cambiato il mondo intero.
La bomba detonò alle ore otto, sedici primi e otto secondi sulla città di Hiroshima, una delle poche che erano state quasi risparmiate dai bombardamenti convenzionali. Migliaia di poveri esseri, circa 30.000 persone, si volatilizzarono nell'attimo di un attimo. Nessuna sensazione, nessuna sofferenza. Niente. E altre centinaia di migliaia morirono poco dopo o tra sofferenze atroci nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi, rosi dalle radiazioni.
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| La desolazione di Hiroshima atomizzata. |
Il Giappone, dopo aver assistito alla medesima distruzione anche di Nagasaki, si arrese. La guerra terminò del tutto. Ma a quale prezzo?
Questa è sempre stata la domanda. Fin dall'inizio l'umanità, quella buona, quella fatta da esseri umani solidali verso altri esseri umani, si è sempre chiesta con sgomento se fosse davvero necessario l'uso di una simile arma. Specialmente una volta presa coscienza del pericolo della radioattività, incontrollabile, e degli effetti postumi delle radiazioni che sono perdurati per generazioni.
Sono passati 69 anni. In tutto questo tempo nessun altro stato ha usato ordigni nucleari contro un altro stato. Ma gli esperimenti nucleari sono proseguiti per decenni durante la guerra fredda, e l'equilibrio del terrore corre sempre sul filo ieri come oggi. E oltre alle questioni più prettamente politiche, il recente incidente alla centrale di Fukushima sembra essere il minaccioso monito di un problema sempre attuale.
Intanto oggi il Giappone ricorda la ferita indelebile, al Parco della Pace di Hiroshima e sul fiume Ota, dove vengono lasciati galleggiare dei cimeli ognuno dei quali ricorda un'anima scomparsa.
Il Giappone ricorda un qualcosa impossibile da dimenticare.
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