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domenica 12 luglio 2015

Hitler parla dell'Italia.....

Martin Bormann, segretario di Hitler
che trascrisse i suoi dialoghi informali
a tavola.
I discorsi informali di Hitler a tavola in occasione dei pasti insieme ai membri della sua cerchia intima (con gli invitati occasionali di turno) vennero raccolti dal suo segretario Martin Bormann, con lo scopo di consegnare ai posteri la filosofia dell'allora Fuhrer.

Intento che si potè dire riuscito.....riportiamo un brano di quelle conversazioni, la fonte è "Conversazioni a Tavola di Hitler" - Novecento - Libreria Editrice Goriziana.

Hitler spende parole di elogio per Mussolini e l'Italia.

"
Notte dal 21 al 22 Luglio 1941.
[...]
Se il Duce dovesse morire, sarebbe una grande sventura per l'Italia.
Passeggiando con lui nei giardini di Villa Borghese ho avuto agio di paragonare il suo profilo con quello dei busti romani e ho compreso che egli era uno dei Cesari. Mussolini è indubbiamente l'erede di uno dei grandi uomini di quell'epoca.
"

Si percepisce bene la profonda stima di Hitler per Mussolini, che per lui fu maestro e fonte di ispirazione.

"
Nonostante le loro debolezze, gli Italiani hanno tante qualità che ce li fanno amare!
L'Italia è il paese dove l'intelligenza ha formato la nozione dello Stato. L'Impero Romano è una grande creazione politica, la più grande di tutte.
Il senso musicale del popolo italiano, il suo gusto delle proporzioni armoniche, la bellezza della sua razza! Il Rinascimento fu l'alba di un'era nuova, nella quale l'uomo ariano si è ritrovato. Sul suolo italiano c'è anche il nostro passato. Chi è indifferente alla storia è un uomo senza udito, senza volto. Si, quest'uomo può vivere, ma che valore ha la sua vita?
Incanto di Roma e di Firenze, di Ravenna, di Siena, di Perugia. Come sono belle la Toscana e l'Umbria!
Il più modesto palazzo di Firenze o di Roma vale più che tutto il castello di Windsor. Se gli Inglesi distruggeranno qualcosa a Firenze o a Roma, commetteranno un delitto. A Mosca non sarebbe un gran male e, disgraziatamente, neppure a Berlino.
Ho visto Roma e Parigi e debbo dire che Parigi, tranne l'Arc de Triomphe, non può vantare niente che abbia la grandiosità del Colosseo, di Castel Sant'Angelo o di San Pietro. Questi monumenti, che costituiscono il prodotto di uno sforzo collettivo, non sono più sulla scala dell'individuo. Nelle costruzioni parigine c'è invece qualcosa di bizzarro, si tratti degli ovali dalle proporzioni sgraziate o del frontone che schiaccia la facciata. Se paragono il Pantheon di Roma con quello di Parigi, come questo mi sembra mal costruito -e che sculture! Ciò che ho visto a Parigi è cancellato, Roma mi ha conquistato.
Quando il Duce è venuto a Berlino, gli abbiamo fatto un'accoglienza magnifica. Ma il nostro viaggio in Italia è stato tutt'altra cosa. Il ricevimento all'arrivo, con tutto il cerimoniale. La visita al Quirinale.
Napoli, tranne il castello, potrebbe essere una qualunque città dell'America del Sud. Ma c'è il cortile del Palazzo Reale. Che nobiltà di proporzioni!
Il mio desiderio più profondo sarebbe di poter vagabondare per l'Italia come un pittore sconosciuto.
"

Certo, anche la stima di Hitler per gli italiani e l'Italia, come per Mussolini, non è mai stata un mistero. Ma certo fa un certo effetto leggere questa testimonianza informale: costituisce la visione della cosa da un diverso punto di vista al quale non siamo abituati. Hitler, supportato dalle sue antiche ambizioni artistiche che ne fecero solo un pittore che non raggiunse il successo, parla dell'Italia come un bene artistico e storico da salvaguardare, senza fare mistero di metterla addirittura in cima ai suoi sogni da artista bohémien.

martedì 7 luglio 2015

Robert Oppenheimer, il "padre dell'atomica".

Robert Oppenheimer.
Robert Julius Oppenheimer (1904-1967), fisico statunitense di spessore mondiale, fu il promotore e l'artefice di innumerevoli contributi nel campo della fisica moderna, anche se la sua fama è legata principalmente alla costruzione della prima bomba atomica concepita nei laboratori di Los Alamos, nel New Mexico, e poi deflagrata a Hiroshima come uno degli ultimi terrificanti atti della 2a Guerra Mondiale.

E' stata la sua particolare vicenda personale, specialmente a seguito dello scoppio dell'atomica e al suo tormento esistenziale che ne conseguì, al punto dal non sostenere più il progetto successivo della bomba all'idrogeno  -caldeggiato invece dal suo collega Edward Teller-  che ne rese ancora più particolare la vita.

Nell'inverno del 1945-46 Oppenheimer ebbe un lungo incontro con il presidente degli Stati Uniti Truman, che aveva comandato lo sgancio della bomba a Hiroshima.
Lo scienziato manifestò tutto il turbamento, la tristezza, la paura e l'indecisione che lo attanagliavano, non trovando però conforto nell'interlocutore che non aveva nessuna intenzione di farsi coinvolgere emotivamente.

D'altronde alla conclusione degli eventi bellici e dopo la capitolazione della Germania, sembrava essere svanita la motivazione degli scienziati che avevano lavorato giorno e notte a Los Alamos: avevano impedito ad Hitler di usare la bomba avendola loro scoperta e fabbricata per primi.

Pertanto, quello di Oppenheimer non fu un caso isolato: erano svariati gli scienziati tormentati dai rimorsi e che puntavano per il futuro al controllo dell'energia atomica spaventati anche dal pericolo incontrollabile della radioattività.

La particolarità di Oppenheimer risiedette nella complessità del suo atteggiamento, con l'andar del tempo sempre puù indecifrabile. Appena dopo la fine della guerra rassegnò le dimissioni dal laboratorio di Los Alamos per tornare alla sua attività di insegnante a Berkeley e Pasadena, nonostante in un primo tempo sembrasse contrario al fatto che, terminata la guerra, anche la ricerca ai fini bellici dovesse cessare. Altri colleghi ne seguirono comunque l'esempio.

Anche l'opinione pubblica stava mutando l'opinione verso gli scienziati. I loro sforzi, il cui risultato finale era ora la scena agghiacciante delle città atomizzate e dell'orribile realtà delle conseguenze su uomini, animali e cose, non erano più considerati così meritevoli di buona considerazione. Subentrò la diffidenza.
Anche se la popolarità di Oppenheimer restò in quegli anni sempre altissima, tra premi onorificenze e partecipazioni a convegni e conferenze come ospite d'onore.

Ma tutto questo cominciò a scricchiolare via via con la sua graduale crisi di coscienza che lo portò alla contrarietà verso il progetto bomba H.

Venne destituito da Eisenhower dalla carica di Presidente della Commissione per l'Energia Atomica e fu costretto a comparire nel 1954 davanti ad una commissione d'inchiesta per le sue simpatie definite troppo spiccatamente filo-comuniste: tutto questo in pieno maccartismo.

Fu un periodo pieno di amarezza per lo scienziato, che venne attaccato più sulla base di illazioni sulla sua vita pubblica e privata che non su concreti dati di fatto.

Troviamo estremamente significativi alcuni passaggi delle udienze che lo videro nei panni dell'accusato (fonte: ulisse.sissa.it).

[...]
VOCE 1: Ma al lancio della bomba atomica su Hiroshima lei non si è opposto?
OPPENHEIMER: Ho fornito delle ragioni contrarie alla cosa.
VOCE 1: Contrarie al lancio della bomba atomica?
OPPENHEIMER: Precisamente.
VOCE 3: Vuol dire che dopo aver lavorato giorno e notte per tre o quattro anni per fabbricare la bomba atomica, lei ha sostenuto che non si dovesse usare?
OPPENHEIMER: No. Quando il Ministero della Guerra ha chiesto il mio parere ho dato delle ragioni pro e contro. Ho espresso dei dubbi.
VOCE 1: Quanti morti ci sono stati?
OPPENHEIMER: Settantamila.
VOCE 2: In seguito a questo fatto, ha avvertito degli scrupoli di natura morale?
OPPENHEIMER: Terribili.
VOCE 3: Questo non le pare un poco schizofrenico?
OPPENHEIMER: Che cosa? Avere scrupoli morali?
VOCE 1: Fabbricare una bomba, scegliere l'obbiettivo e oi sere assalito da scrupoli morali per le conseguenze.
VOCE 2: Non le pare un po' schizofrenico, professore?
OPPENHEIMER: E' il tipo di schizofrenia nella quale noi fisici viviamo da alcuni anni.
VOCE 3: Vuole chiarire?
OPPENHEIMER: Abbiamo costruito la bomba per impedire che venisse usata. Per lo meno all'inizio.
VOCE 2: Vuol dire che ha speso due miliardi dei contribuenti per impedire che venisse usata?
OPPENHEIMER: Per impedire che venisse usata da Hitler. Alla fine, si è scoperto che non esisteva nessun progetto tedesco per la bomba atomica. L'abbiamo usata lo stesso.

[...]

ACCUSA: Non riteneva giusto di fabbricare la bomba all'Idrogeno neanche dopo la decisione del Presidente?
OPPENHEIMER: Continuavo a ritenere che la bomba all'idrogeno fosse un'arma spaventosa e che sarebbe stato meglio che non esistesse; ma ho appoggiato comunque il programma di emergenza.
ACCUSA: In che modo?
OPPENHEIMER: Dando dei consigli.
ACCUSA: E poi?
OPPENHEIMER: Raccomandando a Teller dei giovani scenziati miei allievi.
ACCUSA: Ma ha parlato a quei giovani scienziati? Ha cercato di entusiasmarli al programma?
OPPENHEIMER: Era Teller che gli parlava. Se sia riuscito ad entusiasmarli, non lo so.
ACCUSA: Lei, professore, non ha detto che nel 1951 si era entusiasmato al programma?
OPPENHEIMER Mi ero entusiasmato alle nuove prospettive scientifiche.
ACCUSA: Lei trovava meravigliose, seducenti le prospettive scientifiche che si erano venute ad aprire, e orribile il risultato, cioè la bomba all'idrogeno. E' così?
OPPENHEIMER: Si, credo sia così. Non è colpa dei fisici se al giorno d'oggi le idee geniali diventano bombe. Stando così le cose è possibilissimo entusiasmarsi per l'aspetto scientifico di un fatto e nello stesso tempo restarne atterriti sul piano umano.
[...]

La commissione concluse che Oppenheimer rappresentava un "rischio per la sicurezza nazionale" pur riconoscendo che non aveva mai svolto attività sovversiva o barattato informazioni con il nemico.

La complessa personalità dello scienziato lo aveva portato via via ad assumere atteggiamenti e posizioni in apparenza contrastanti ma in realtà Oppenheimer, membro di oltre trenta commissioni governative e di un numero imprecisato di accademie americane e straniere, conversatore piacevolissimo in nove differenti lingue, profondo conoscitore di letteratura ed arte, mostrò una lungimiranza fuori dal comune nel leggere in anticipo le conseguenze della corsa agli armamenti ingaggiata fra americani e sovietici.

Il 2 Dicembre 1963, quattro anni prima di morire, Oppenheimer ottenne la massima onorificenza americana nel campo della fisica: il premio Enrico Fermi.
La proposta per il conferimento era partita da Edward Teller, con cui Oppenheimer aveva avuto aspri contrasti fin dai tempi di Los Alamos.
Fu questo l'ultimo atto ufficiale con la firma di John Fitzgerard Kennedy.