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domenica 15 novembre 2015

Joseph Goebbels - Diari 1938

Joseph Goebbels durante un
discorso a Berlino nel 1932.
La prima raccolta dei Diari di Joseph Paul Goebbels (1897-1945), versione italiana edita dall'Associazione Culturale Thule Italia.

Documenti di grande valore storico e utilizzati dagli storici spesso come fonte primaria.

Goebbels, ministro della Propaganda del III Reich, colui che inventò le tecniche moderne di propaganda utilizzando appieno cinema, teatro, arti figurative e non ultimo l'apparecchio radiofonico che arrivava in tutte le case dei tedeschi.

Questa prima parte dei diari del 1938 descrive quindi le attività giornaliere frenetiche dello zelante Ministro, lavoratore instancabile e stretto collaboratore del Fuhrer.

Il 1938 è anno denso di avvenimenti e carico di tensioni. La questione della Renania, i Sudeti, l'Anschluss e in ultimo la Notte dei Cristalli: l'accanito diarista Goebbels, pur nella frettolosità dell'esposizione, descrive minuziosamente gli avvenimenti con cadenza quasi giornaliera.

Si percepisce sempre qualcosa nell'aria, sembrano le descrizioni delle attività di un Ministro non come semplici incombenze burocratiche ma con l'entusiasmo di chi sente la sua partecipazione in qualcosa di colossale, di millenario.

Numerosissimi sono i richiami pieni di entusiasmo e cameratismo a Mussolini e alla giovane Italia, sullo sfondo sempre la Germania e la ricerca da parte di Hitler di un'intesa con l'Inghilterra che si rivelerà sempre una chimera. Perché, anche se sembra impossibile, la parola "pace" era davvero argomento utilizzato nei vertici del potere della Germania Nazista. Anche nel 1938.

C'è anche un aspetto invisibile presente nei resoconti di Goebbels: i riferimenti alla sua vita privata. Per giorni, settimane, mesi, continua a ripetere: "Magda e i bambini stanno bene"....poche righe, commenti stringati che nascondevano i suoi tradimenti coniugali fissi e occasionali, fino a quando egli non perse veramente la testa per l'attrice cecoslovacca Lìda Baarova.
Scoperto il tradimento dalla moglie e venutolo a sapere Hitler, Goebbels cadde in disgrazia. Meditò di divorziare e andare in Giappone come ambasciatore della Germania, assieme alla sua amata. Arrivò ad un passo dal suicidio...così scriveva il 15 Ottobre 1938:

"[...] sono in preda alla disperazione. Sono sprofondato in una solitudine terribile e opprimente. Ma al momento è senz'altro la soluzione migliore e l'unica possibile. [...] Passo l'intero pomeriggio seduto a meditare. Tutti i miei pensieri, sentimenti e sensazioni convergono su un unico argomento. Ma finirà anche questa.
Faccio venire i bambini: Helga, Hilde e Helmut. Sono tutti così buoni e carini con me! Helga piange, e mi dice una quantità di dolci parole. E' una creatura tenerissima. Sono felice di avere qui questi piccoli cari. Non mi stanco di guardarli e di ascoltare il loro dolce chiaccherio. Purtroppo devono rientrare presto a casa.
Passo la serata in completa ed opprimente solitudine. Alle persone che mi vogliono bene non è consentito vedermi. E quelle cui è consentito non mi amano più.[...]".

Sono chiari i riferimenti a Lida Baarova e alla moglie Magda. Ma Hitler aveva bisogno di Goebbels e non poteva permettersi che egli divorziasse e si ritirasse. Per cui gli impose di troncare la sua relazione e di riprendere le sue attività con rinnovato vigore. Goebbels dovette cedere alla ragion di Stato. Così scriveva il 24 Ottobre 1938:

"[...] Vado direttamente su dal Fuhrer. Il Fuhrer arriva subito. Mi fornisce un quadro completo del mio caso. Insiste sul suo punto di vista, però è molto benevolo e umano. Gli espongo la mia opinione, difendo con fervore e coerenza la mia linea, finchè il Fuhrer non fa appello alla solidarietà, allo Stato e alla grande causa comune. A questo appello mi è impossibile resistere. [...]".

(fonte: J.P. Goebbels, Diari 1938 - I Monografici di Thule Italia)

domenica 12 luglio 2015

Hitler parla dell'Italia.....

Martin Bormann, segretario di Hitler
che trascrisse i suoi dialoghi informali
a tavola.
I discorsi informali di Hitler a tavola in occasione dei pasti insieme ai membri della sua cerchia intima (con gli invitati occasionali di turno) vennero raccolti dal suo segretario Martin Bormann, con lo scopo di consegnare ai posteri la filosofia dell'allora Fuhrer.

Intento che si potè dire riuscito.....riportiamo un brano di quelle conversazioni, la fonte è "Conversazioni a Tavola di Hitler" - Novecento - Libreria Editrice Goriziana.

Hitler spende parole di elogio per Mussolini e l'Italia.

"
Notte dal 21 al 22 Luglio 1941.
[...]
Se il Duce dovesse morire, sarebbe una grande sventura per l'Italia.
Passeggiando con lui nei giardini di Villa Borghese ho avuto agio di paragonare il suo profilo con quello dei busti romani e ho compreso che egli era uno dei Cesari. Mussolini è indubbiamente l'erede di uno dei grandi uomini di quell'epoca.
"

Si percepisce bene la profonda stima di Hitler per Mussolini, che per lui fu maestro e fonte di ispirazione.

"
Nonostante le loro debolezze, gli Italiani hanno tante qualità che ce li fanno amare!
L'Italia è il paese dove l'intelligenza ha formato la nozione dello Stato. L'Impero Romano è una grande creazione politica, la più grande di tutte.
Il senso musicale del popolo italiano, il suo gusto delle proporzioni armoniche, la bellezza della sua razza! Il Rinascimento fu l'alba di un'era nuova, nella quale l'uomo ariano si è ritrovato. Sul suolo italiano c'è anche il nostro passato. Chi è indifferente alla storia è un uomo senza udito, senza volto. Si, quest'uomo può vivere, ma che valore ha la sua vita?
Incanto di Roma e di Firenze, di Ravenna, di Siena, di Perugia. Come sono belle la Toscana e l'Umbria!
Il più modesto palazzo di Firenze o di Roma vale più che tutto il castello di Windsor. Se gli Inglesi distruggeranno qualcosa a Firenze o a Roma, commetteranno un delitto. A Mosca non sarebbe un gran male e, disgraziatamente, neppure a Berlino.
Ho visto Roma e Parigi e debbo dire che Parigi, tranne l'Arc de Triomphe, non può vantare niente che abbia la grandiosità del Colosseo, di Castel Sant'Angelo o di San Pietro. Questi monumenti, che costituiscono il prodotto di uno sforzo collettivo, non sono più sulla scala dell'individuo. Nelle costruzioni parigine c'è invece qualcosa di bizzarro, si tratti degli ovali dalle proporzioni sgraziate o del frontone che schiaccia la facciata. Se paragono il Pantheon di Roma con quello di Parigi, come questo mi sembra mal costruito -e che sculture! Ciò che ho visto a Parigi è cancellato, Roma mi ha conquistato.
Quando il Duce è venuto a Berlino, gli abbiamo fatto un'accoglienza magnifica. Ma il nostro viaggio in Italia è stato tutt'altra cosa. Il ricevimento all'arrivo, con tutto il cerimoniale. La visita al Quirinale.
Napoli, tranne il castello, potrebbe essere una qualunque città dell'America del Sud. Ma c'è il cortile del Palazzo Reale. Che nobiltà di proporzioni!
Il mio desiderio più profondo sarebbe di poter vagabondare per l'Italia come un pittore sconosciuto.
"

Certo, anche la stima di Hitler per gli italiani e l'Italia, come per Mussolini, non è mai stata un mistero. Ma certo fa un certo effetto leggere questa testimonianza informale: costituisce la visione della cosa da un diverso punto di vista al quale non siamo abituati. Hitler, supportato dalle sue antiche ambizioni artistiche che ne fecero solo un pittore che non raggiunse il successo, parla dell'Italia come un bene artistico e storico da salvaguardare, senza fare mistero di metterla addirittura in cima ai suoi sogni da artista bohémien.

martedì 7 luglio 2015

Robert Oppenheimer, il "padre dell'atomica".

Robert Oppenheimer.
Robert Julius Oppenheimer (1904-1967), fisico statunitense di spessore mondiale, fu il promotore e l'artefice di innumerevoli contributi nel campo della fisica moderna, anche se la sua fama è legata principalmente alla costruzione della prima bomba atomica concepita nei laboratori di Los Alamos, nel New Mexico, e poi deflagrata a Hiroshima come uno degli ultimi terrificanti atti della 2a Guerra Mondiale.

E' stata la sua particolare vicenda personale, specialmente a seguito dello scoppio dell'atomica e al suo tormento esistenziale che ne conseguì, al punto dal non sostenere più il progetto successivo della bomba all'idrogeno  -caldeggiato invece dal suo collega Edward Teller-  che ne rese ancora più particolare la vita.

Nell'inverno del 1945-46 Oppenheimer ebbe un lungo incontro con il presidente degli Stati Uniti Truman, che aveva comandato lo sgancio della bomba a Hiroshima.
Lo scienziato manifestò tutto il turbamento, la tristezza, la paura e l'indecisione che lo attanagliavano, non trovando però conforto nell'interlocutore che non aveva nessuna intenzione di farsi coinvolgere emotivamente.

D'altronde alla conclusione degli eventi bellici e dopo la capitolazione della Germania, sembrava essere svanita la motivazione degli scienziati che avevano lavorato giorno e notte a Los Alamos: avevano impedito ad Hitler di usare la bomba avendola loro scoperta e fabbricata per primi.

Pertanto, quello di Oppenheimer non fu un caso isolato: erano svariati gli scienziati tormentati dai rimorsi e che puntavano per il futuro al controllo dell'energia atomica spaventati anche dal pericolo incontrollabile della radioattività.

La particolarità di Oppenheimer risiedette nella complessità del suo atteggiamento, con l'andar del tempo sempre puù indecifrabile. Appena dopo la fine della guerra rassegnò le dimissioni dal laboratorio di Los Alamos per tornare alla sua attività di insegnante a Berkeley e Pasadena, nonostante in un primo tempo sembrasse contrario al fatto che, terminata la guerra, anche la ricerca ai fini bellici dovesse cessare. Altri colleghi ne seguirono comunque l'esempio.

Anche l'opinione pubblica stava mutando l'opinione verso gli scienziati. I loro sforzi, il cui risultato finale era ora la scena agghiacciante delle città atomizzate e dell'orribile realtà delle conseguenze su uomini, animali e cose, non erano più considerati così meritevoli di buona considerazione. Subentrò la diffidenza.
Anche se la popolarità di Oppenheimer restò in quegli anni sempre altissima, tra premi onorificenze e partecipazioni a convegni e conferenze come ospite d'onore.

Ma tutto questo cominciò a scricchiolare via via con la sua graduale crisi di coscienza che lo portò alla contrarietà verso il progetto bomba H.

Venne destituito da Eisenhower dalla carica di Presidente della Commissione per l'Energia Atomica e fu costretto a comparire nel 1954 davanti ad una commissione d'inchiesta per le sue simpatie definite troppo spiccatamente filo-comuniste: tutto questo in pieno maccartismo.

Fu un periodo pieno di amarezza per lo scienziato, che venne attaccato più sulla base di illazioni sulla sua vita pubblica e privata che non su concreti dati di fatto.

Troviamo estremamente significativi alcuni passaggi delle udienze che lo videro nei panni dell'accusato (fonte: ulisse.sissa.it).

[...]
VOCE 1: Ma al lancio della bomba atomica su Hiroshima lei non si è opposto?
OPPENHEIMER: Ho fornito delle ragioni contrarie alla cosa.
VOCE 1: Contrarie al lancio della bomba atomica?
OPPENHEIMER: Precisamente.
VOCE 3: Vuol dire che dopo aver lavorato giorno e notte per tre o quattro anni per fabbricare la bomba atomica, lei ha sostenuto che non si dovesse usare?
OPPENHEIMER: No. Quando il Ministero della Guerra ha chiesto il mio parere ho dato delle ragioni pro e contro. Ho espresso dei dubbi.
VOCE 1: Quanti morti ci sono stati?
OPPENHEIMER: Settantamila.
VOCE 2: In seguito a questo fatto, ha avvertito degli scrupoli di natura morale?
OPPENHEIMER: Terribili.
VOCE 3: Questo non le pare un poco schizofrenico?
OPPENHEIMER: Che cosa? Avere scrupoli morali?
VOCE 1: Fabbricare una bomba, scegliere l'obbiettivo e oi sere assalito da scrupoli morali per le conseguenze.
VOCE 2: Non le pare un po' schizofrenico, professore?
OPPENHEIMER: E' il tipo di schizofrenia nella quale noi fisici viviamo da alcuni anni.
VOCE 3: Vuole chiarire?
OPPENHEIMER: Abbiamo costruito la bomba per impedire che venisse usata. Per lo meno all'inizio.
VOCE 2: Vuol dire che ha speso due miliardi dei contribuenti per impedire che venisse usata?
OPPENHEIMER: Per impedire che venisse usata da Hitler. Alla fine, si è scoperto che non esisteva nessun progetto tedesco per la bomba atomica. L'abbiamo usata lo stesso.

[...]

ACCUSA: Non riteneva giusto di fabbricare la bomba all'Idrogeno neanche dopo la decisione del Presidente?
OPPENHEIMER: Continuavo a ritenere che la bomba all'idrogeno fosse un'arma spaventosa e che sarebbe stato meglio che non esistesse; ma ho appoggiato comunque il programma di emergenza.
ACCUSA: In che modo?
OPPENHEIMER: Dando dei consigli.
ACCUSA: E poi?
OPPENHEIMER: Raccomandando a Teller dei giovani scenziati miei allievi.
ACCUSA: Ma ha parlato a quei giovani scienziati? Ha cercato di entusiasmarli al programma?
OPPENHEIMER: Era Teller che gli parlava. Se sia riuscito ad entusiasmarli, non lo so.
ACCUSA: Lei, professore, non ha detto che nel 1951 si era entusiasmato al programma?
OPPENHEIMER Mi ero entusiasmato alle nuove prospettive scientifiche.
ACCUSA: Lei trovava meravigliose, seducenti le prospettive scientifiche che si erano venute ad aprire, e orribile il risultato, cioè la bomba all'idrogeno. E' così?
OPPENHEIMER: Si, credo sia così. Non è colpa dei fisici se al giorno d'oggi le idee geniali diventano bombe. Stando così le cose è possibilissimo entusiasmarsi per l'aspetto scientifico di un fatto e nello stesso tempo restarne atterriti sul piano umano.
[...]

La commissione concluse che Oppenheimer rappresentava un "rischio per la sicurezza nazionale" pur riconoscendo che non aveva mai svolto attività sovversiva o barattato informazioni con il nemico.

La complessa personalità dello scienziato lo aveva portato via via ad assumere atteggiamenti e posizioni in apparenza contrastanti ma in realtà Oppenheimer, membro di oltre trenta commissioni governative e di un numero imprecisato di accademie americane e straniere, conversatore piacevolissimo in nove differenti lingue, profondo conoscitore di letteratura ed arte, mostrò una lungimiranza fuori dal comune nel leggere in anticipo le conseguenze della corsa agli armamenti ingaggiata fra americani e sovietici.

Il 2 Dicembre 1963, quattro anni prima di morire, Oppenheimer ottenne la massima onorificenza americana nel campo della fisica: il premio Enrico Fermi.
La proposta per il conferimento era partita da Edward Teller, con cui Oppenheimer aveva avuto aspri contrasti fin dai tempi di Los Alamos.
Fu questo l'ultimo atto ufficiale con la firma di John Fitzgerard Kennedy.

sabato 6 giugno 2015

Caravaggio, l'inquieto e rissoso pittore "made in Italy".

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (Milano 1571-Grosseto 1610).
Caravaggio.

Figlio di un architetto, dopo aver fatto l'apprendistato a Milano giunse a Roma verso il 1592 da dove però dovette fuggire in tutta fretta a causa di una rissa dove perse la vita un suo avversario.

Si spostò quindi a Napoli e poi a Malta, ma anche da qui dovette fuggire precipitosamente dopo un litigio: inseguito e braccato, aggredito e brutalmente ferito, morì a Porto Ercole (Grosseto) nel 1610, probabilmente di polmonite o dissenteria.

Formatosi secondo la cultura lombardo-veneta del tempo, espresse la complessità del proprio bagaglio culturale con le sue opere giovanili "naturali", che istituivano un nuovo rapporto di drammatica e potente immediatezza con la realtà (Concerto; Ragazzo morso da un ramarro; Ragazzo con canestro di frutta).
I soggetti, solo apparentemente non-religiosi, esprimono uno sconcertante erotismo contrapposto al sacro.

La Crocifissione di san Pietro (1600-01).
Olio su tela, Roma, Santa Maria del Popolo,
Cappella Cerasi.
Dimensioni cm 230x175.
Nelle opere più mature Caravaggio accentua con toni molto marcati la rappresentazione della realtà in scene spesso di vita semplice con l'impiego di forti contrasti con ombre e luci (Vocazione di San Matteo; Martirio di San Matteo).

Le composizioni più tarde assumono maggior rigore compositivo e una ancor più nuda semplificazione degli spazi, dove sono le luci e le profonde zone d'ombra che accentuano la rappresentazione drammatica a darsi come atroci tracce di un radicale rinnovo della pittura sacra (Crocifissione di San Pietro).

Un'Eccellenza Italiana, che attrasse con le sue sconvolgenti innovazioni un numero di artisti senza precedenti.

sabato 9 maggio 2015

JFK: la fine del Sogno Americano

John Fitzgerard Kennedy
E' una ferita aperta. Che sanguina ancora. Al pensiero, è un ribollire di emozioni. Come se fosse accaduto ieri, come se JFK potesse essere ancora lì con le sue riflessioni sempre attuali e con quel suo vegliare sul mondo e volerlo bello per tutti.
La ferita è aperta per il senso della Storia violentata e sospesa, per le tante, troppe domande rimaste senza risposta, per l'impossibilità di spiegare e dare una logica.
Tre anni di presidenza che fecero letteralmente sognare il mondo. Tutto finì a Dallas il 22 Novembre 1963. Il libro di Storia assegna un unico esecutore e un unico responsabile, Lee Harvey Oswald. Ma da allora tutto il mondo si è interrogato su come sia stato possibile tutto questo e non sono mancate le inevitabili teorie complottistiche.
La prematura scomparsa di JFK ha lasciato un profondo senso di incompiutezza e ha impedito o quantomeno ostacolato una serena, completa e obiettiva analisi storiografica e politica di questo breve ma intenso mandato.
In "BlogCinema" (74serginocin.blogspot.com) proponiamo una recensione di "JFK - Un caso ancora aperto", il film di Oliver Stone che, al di là delle teorie complottistiche, lascia intuire la dimensione di ciò che il mondo perse quel maledetto giorno a Dallas.

sabato 14 febbraio 2015

Hjalmar Schacht: il banchiere di Hitler che sconfisse il 1929.

Hjalmar Schacht.
Hjalmar Schacht (1877-1970), una delle personalità più interessanti nel panorama dell'economia di inizio Novecento.

Finanziere di grande successo e Presidente della Banca Centrale Tedesca, fornì al Partito Nazionalsocialista l'appoggio finanziario necessario per l'ascesa al potere.

Ma quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una situazione economico-finanziaria disastrosa. La grande depressione del 1929 la colpisce in pieno, in modo paragonabile agli Stati Uniti, ma con delle aggravanti: debiti esteri schiaccianti per effetto delle riparazioni di guerra addebitate dal devastante Trattato di Versailles.

Nel carcere di Norimberga, dove venne imprigionato e imputato nel celebre processo, Schacht ebbe modo di descrivere nel 1946 allo psichiatra militare americano Leon Goldensohn (come da sue annotazioni pubblicate decenni dopo e note come i "Taccuini di Norimberga") la situazione drammatica in cui versava la Germania dopo la prima guerra mondiale:

"[...] La Germania riusciva in qualche misura a sostenere il proprio fabbisogno alimentare e abitativo grazie all'esportazione, perché c'era una scarsità di circa il venti percento di generi alimentari, che non riuscivamo a produrre. Di conseguenza dovevamo esportare e guadagnare denaro all'estero per ottenere cibo. Questa era la situazione, sin dagli anni ottanta del XIX secolo. Inoltre, per sostenere le nostre industrie esportatrici non dovevamo comprare solo i generi alimentari ma anche le materie prime.
Ora, che cosa ci aveva fatto il Trattato di Versailles? Aveva spogliato la Germania di tutti i patrimoni privati dei tedeschi. [...] Liquidava i patrimoni privati dei cittadini tedeschi: una cosa mai vista dall'epoca medioevale. Così facendo, distruggevano uno dei fondamenti della nostra vita. Se, per esempio, avevamo un'impresa di importazione o esportazione a Rio De Janeiro o New York, ci toglievano l'autorizzazione e ci chiudevano l'attività. Le perdite di questo tipo ammontarono a undici miliardi di dollari, a parte le riparazioni. Così facendo, le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale distrussero non solo un reddito di mezzo miliardo di dollari, ma rovinarono la nostra organizzazione delle vendite Poi per giunta, dopo Versailles, imposero alla Germania i pagamenti delle riparazioni e, visto che non disponevamo più di capitali stranieri, potevamo pagare solo con nuove esportazioni. Come avremmo potuto pagare altrimenti? Pertanto, la necessità di commercio d'esportazione si fece più impellente, dato che avevamo bisogno di valuta straniera per pagare i generi alimentari e le materie prime, oltre che le riparazioni. Le riparazioni ammontavano a cinquanta miliardi di dollari in contanti! [...].
Ora, ovviamente, la Germania non poteva fare fronte a questa situazione. Era stato stabilito che il pagamento delle riparazioni avrebbe dovuto avvenire a un ritmo di un miliardo di dollai l'anno; questo non potevamo permettercelo. Inoltre dopo la prima guerra mondiale avevamo per lo più governi socialisti e quei socialisti seguivano una politica molto spensierata: prendevano in prestito denaro all'estero e con quello pagavano le riparazioni. Il denaro proveniva per la maggior parte dagli Stati Uniti e in tal modo la Germania contraeva debiti sempre più ingenti. Per sei anni, dal 1924 al 1929, il nostro debito estero non fu inferiore agli otto miliardi di dollari, una cifra esattamente uguale a quella che gli Stati Uniti avevano ottenuto in prestito nei quattro decenni che avevano preceduto il conflitto. Poi arrivò il momento in cui i creditori stranieri dissero che non potevano andare avanti e non solo bloccarono ulteriori crediti, ma ritirarono tuti i crediti a breve termine giunti a maturazione. Questo portò ad un crollo finanziario di proporzioni spaventose nell'estate del 1931 [...]".

Seguì quindi il taglio netto di stipendi e salari da parte del governo tedesco: l'industria crollò e la disoccupazione giunse al 50%.
Schacht dimostrò lungimiranza senza pari nel gestire la situazione. Escogitò una complessa e riuscita serie di misure bancarie studiate per favorire la rapida espansione dell'economia.

Per evitare di stampare denaro, che avrebbe comportato inflazione, finanziò l'industria tedesca tramite i cosiddetti titoli di credito MEFO, garantiti dal governo e che potevano essere scontati presso tutte le banche tedesche; avevano una validità di sei mesi (che però poteva essere estesa) e la Reichsbank li avrebbe riscontati in qualsiasi momento entro gli ultimi tre mesi dalla prima data di scadenza. Insomma, la Reichsbank prestava denaro al governo: una pratica considerata illegale secondo le leggi vigenti ma che consentiva di finanziare l'industria senza che fosse necessario lanciare nuovi prestiti o aumentare l'offerta di moneta.

Di famiglia a quanto pare ebrea, padre tedesco e madre danese, Schacht conosceva bene la frode su cui si basa il sistema bancario: con una azione senza precedenti nella storia seppe fare fruttare la frode a vantaggio dello Stato, senza che lo Stato potesse fare speculazioni, e a vantaggio del popolo. Inimmaginabile.

Schacht seppe sfruttare l'enorme forza lavoro generata dalla disoccupazione per fornire manodopera all'industria che così poteva operare senza alcun costo del lavoro. I disoccupati vennero inquadrati in una sorta di organizzazione paramilitare che garantiva la dignità e la sopravvivenza di tutte le famiglie coinvolte. Quando l'industria in ripresa poteva permettersi nuove assunzioni, attingeva dai lavoratori congedati dall'organizzazione: la forza-lavoro non veniva dispersa e non c'erano disoccupati sostentati da sussidi.

Per riavviare i commerci, di fatto nulli, Schacht reintrodusse nel sistema economico il baratto, la più antica pratica economica. E i traffici furono fiorenti: i paesi del Sudamerica avevano un'eccedenza di materie prime e prodotti agricoli di cui volevano liberarsi; granaglie e carne argentina vennero barattati con prodotti industriali tedeschi e questo sfamò la Germania, cosa non da poco dato il momento critico.

Per tutte queste azioni, Schacht dimostrò enorme statura e equilibrio: fu in Europa sostanzialmente l'unico che cimentandosi con la Grande Depressione riuscì a sconfiggerla: il modus operandi fu quello di colui che aveva capito che in momenti eccezionali occorre usare misure eccezionali, da abbandonare rapidamente nel momento in cui gli eventi vanno verso la normalizzazione.

Quando Schacht si rese conto di non avere più alcun controllo sull'operato di Hitler e assodato che le operazioni di riarmo erano finalizzate alla guerra, abbandonò il ministero dell'Economia e la presidenza della Reichsbank.
Con il passare degli anni, la sua avversione per il nazismo divenne sempre più evidente e culminò con la sua probabile implicazione nell'attentato a Hitler del 20 Luglio 1944.
Arrestato dalla Gestapo e internato a Ravensbruck e in altri lager, liberato dagli alleati alla fine della guerra, fu assolto a Norimberga ma successivamente condannato da un tribunale tedesco nell'ambito del processo di denazificazione.
Rimase in prigione fino al 1950. Una volta libero, Schacht tornò ad esercitare la professione con immutato successo fino alla morte nel 1970.