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sabato 6 giugno 2015

Caravaggio, l'inquieto e rissoso pittore "made in Italy".

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (Milano 1571-Grosseto 1610).
Caravaggio.

Figlio di un architetto, dopo aver fatto l'apprendistato a Milano giunse a Roma verso il 1592 da dove però dovette fuggire in tutta fretta a causa di una rissa dove perse la vita un suo avversario.

Si spostò quindi a Napoli e poi a Malta, ma anche da qui dovette fuggire precipitosamente dopo un litigio: inseguito e braccato, aggredito e brutalmente ferito, morì a Porto Ercole (Grosseto) nel 1610, probabilmente di polmonite o dissenteria.

Formatosi secondo la cultura lombardo-veneta del tempo, espresse la complessità del proprio bagaglio culturale con le sue opere giovanili "naturali", che istituivano un nuovo rapporto di drammatica e potente immediatezza con la realtà (Concerto; Ragazzo morso da un ramarro; Ragazzo con canestro di frutta).
I soggetti, solo apparentemente non-religiosi, esprimono uno sconcertante erotismo contrapposto al sacro.

La Crocifissione di san Pietro (1600-01).
Olio su tela, Roma, Santa Maria del Popolo,
Cappella Cerasi.
Dimensioni cm 230x175.
Nelle opere più mature Caravaggio accentua con toni molto marcati la rappresentazione della realtà in scene spesso di vita semplice con l'impiego di forti contrasti con ombre e luci (Vocazione di San Matteo; Martirio di San Matteo).

Le composizioni più tarde assumono maggior rigore compositivo e una ancor più nuda semplificazione degli spazi, dove sono le luci e le profonde zone d'ombra che accentuano la rappresentazione drammatica a darsi come atroci tracce di un radicale rinnovo della pittura sacra (Crocifissione di San Pietro).

Un'Eccellenza Italiana, che attrasse con le sue sconvolgenti innovazioni un numero di artisti senza precedenti.

sabato 9 maggio 2015

JFK: la fine del Sogno Americano

John Fitzgerard Kennedy
E' una ferita aperta. Che sanguina ancora. Al pensiero, è un ribollire di emozioni. Come se fosse accaduto ieri, come se JFK potesse essere ancora lì con le sue riflessioni sempre attuali e con quel suo vegliare sul mondo e volerlo bello per tutti.
La ferita è aperta per il senso della Storia violentata e sospesa, per le tante, troppe domande rimaste senza risposta, per l'impossibilità di spiegare e dare una logica.
Tre anni di presidenza che fecero letteralmente sognare il mondo. Tutto finì a Dallas il 22 Novembre 1963. Il libro di Storia assegna un unico esecutore e un unico responsabile, Lee Harvey Oswald. Ma da allora tutto il mondo si è interrogato su come sia stato possibile tutto questo e non sono mancate le inevitabili teorie complottistiche.
La prematura scomparsa di JFK ha lasciato un profondo senso di incompiutezza e ha impedito o quantomeno ostacolato una serena, completa e obiettiva analisi storiografica e politica di questo breve ma intenso mandato.
In "BlogCinema" (74serginocin.blogspot.com) proponiamo una recensione di "JFK - Un caso ancora aperto", il film di Oliver Stone che, al di là delle teorie complottistiche, lascia intuire la dimensione di ciò che il mondo perse quel maledetto giorno a Dallas.

sabato 14 febbraio 2015

Hjalmar Schacht: il banchiere di Hitler che sconfisse il 1929.

Hjalmar Schacht.
Hjalmar Schacht (1877-1970), una delle personalità più interessanti nel panorama dell'economia di inizio Novecento.

Finanziere di grande successo e Presidente della Banca Centrale Tedesca, fornì al Partito Nazionalsocialista l'appoggio finanziario necessario per l'ascesa al potere.

Ma quando Hitler sale al potere, la Germania soffre di una situazione economico-finanziaria disastrosa. La grande depressione del 1929 la colpisce in pieno, in modo paragonabile agli Stati Uniti, ma con delle aggravanti: debiti esteri schiaccianti per effetto delle riparazioni di guerra addebitate dal devastante Trattato di Versailles.

Nel carcere di Norimberga, dove venne imprigionato e imputato nel celebre processo, Schacht ebbe modo di descrivere nel 1946 allo psichiatra militare americano Leon Goldensohn (come da sue annotazioni pubblicate decenni dopo e note come i "Taccuini di Norimberga") la situazione drammatica in cui versava la Germania dopo la prima guerra mondiale:

"[...] La Germania riusciva in qualche misura a sostenere il proprio fabbisogno alimentare e abitativo grazie all'esportazione, perché c'era una scarsità di circa il venti percento di generi alimentari, che non riuscivamo a produrre. Di conseguenza dovevamo esportare e guadagnare denaro all'estero per ottenere cibo. Questa era la situazione, sin dagli anni ottanta del XIX secolo. Inoltre, per sostenere le nostre industrie esportatrici non dovevamo comprare solo i generi alimentari ma anche le materie prime.
Ora, che cosa ci aveva fatto il Trattato di Versailles? Aveva spogliato la Germania di tutti i patrimoni privati dei tedeschi. [...] Liquidava i patrimoni privati dei cittadini tedeschi: una cosa mai vista dall'epoca medioevale. Così facendo, distruggevano uno dei fondamenti della nostra vita. Se, per esempio, avevamo un'impresa di importazione o esportazione a Rio De Janeiro o New York, ci toglievano l'autorizzazione e ci chiudevano l'attività. Le perdite di questo tipo ammontarono a undici miliardi di dollari, a parte le riparazioni. Così facendo, le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale distrussero non solo un reddito di mezzo miliardo di dollari, ma rovinarono la nostra organizzazione delle vendite Poi per giunta, dopo Versailles, imposero alla Germania i pagamenti delle riparazioni e, visto che non disponevamo più di capitali stranieri, potevamo pagare solo con nuove esportazioni. Come avremmo potuto pagare altrimenti? Pertanto, la necessità di commercio d'esportazione si fece più impellente, dato che avevamo bisogno di valuta straniera per pagare i generi alimentari e le materie prime, oltre che le riparazioni. Le riparazioni ammontavano a cinquanta miliardi di dollari in contanti! [...].
Ora, ovviamente, la Germania non poteva fare fronte a questa situazione. Era stato stabilito che il pagamento delle riparazioni avrebbe dovuto avvenire a un ritmo di un miliardo di dollai l'anno; questo non potevamo permettercelo. Inoltre dopo la prima guerra mondiale avevamo per lo più governi socialisti e quei socialisti seguivano una politica molto spensierata: prendevano in prestito denaro all'estero e con quello pagavano le riparazioni. Il denaro proveniva per la maggior parte dagli Stati Uniti e in tal modo la Germania contraeva debiti sempre più ingenti. Per sei anni, dal 1924 al 1929, il nostro debito estero non fu inferiore agli otto miliardi di dollari, una cifra esattamente uguale a quella che gli Stati Uniti avevano ottenuto in prestito nei quattro decenni che avevano preceduto il conflitto. Poi arrivò il momento in cui i creditori stranieri dissero che non potevano andare avanti e non solo bloccarono ulteriori crediti, ma ritirarono tuti i crediti a breve termine giunti a maturazione. Questo portò ad un crollo finanziario di proporzioni spaventose nell'estate del 1931 [...]".

Seguì quindi il taglio netto di stipendi e salari da parte del governo tedesco: l'industria crollò e la disoccupazione giunse al 50%.
Schacht dimostrò lungimiranza senza pari nel gestire la situazione. Escogitò una complessa e riuscita serie di misure bancarie studiate per favorire la rapida espansione dell'economia.

Per evitare di stampare denaro, che avrebbe comportato inflazione, finanziò l'industria tedesca tramite i cosiddetti titoli di credito MEFO, garantiti dal governo e che potevano essere scontati presso tutte le banche tedesche; avevano una validità di sei mesi (che però poteva essere estesa) e la Reichsbank li avrebbe riscontati in qualsiasi momento entro gli ultimi tre mesi dalla prima data di scadenza. Insomma, la Reichsbank prestava denaro al governo: una pratica considerata illegale secondo le leggi vigenti ma che consentiva di finanziare l'industria senza che fosse necessario lanciare nuovi prestiti o aumentare l'offerta di moneta.

Di famiglia a quanto pare ebrea, padre tedesco e madre danese, Schacht conosceva bene la frode su cui si basa il sistema bancario: con una azione senza precedenti nella storia seppe fare fruttare la frode a vantaggio dello Stato, senza che lo Stato potesse fare speculazioni, e a vantaggio del popolo. Inimmaginabile.

Schacht seppe sfruttare l'enorme forza lavoro generata dalla disoccupazione per fornire manodopera all'industria che così poteva operare senza alcun costo del lavoro. I disoccupati vennero inquadrati in una sorta di organizzazione paramilitare che garantiva la dignità e la sopravvivenza di tutte le famiglie coinvolte. Quando l'industria in ripresa poteva permettersi nuove assunzioni, attingeva dai lavoratori congedati dall'organizzazione: la forza-lavoro non veniva dispersa e non c'erano disoccupati sostentati da sussidi.

Per riavviare i commerci, di fatto nulli, Schacht reintrodusse nel sistema economico il baratto, la più antica pratica economica. E i traffici furono fiorenti: i paesi del Sudamerica avevano un'eccedenza di materie prime e prodotti agricoli di cui volevano liberarsi; granaglie e carne argentina vennero barattati con prodotti industriali tedeschi e questo sfamò la Germania, cosa non da poco dato il momento critico.

Per tutte queste azioni, Schacht dimostrò enorme statura e equilibrio: fu in Europa sostanzialmente l'unico che cimentandosi con la Grande Depressione riuscì a sconfiggerla: il modus operandi fu quello di colui che aveva capito che in momenti eccezionali occorre usare misure eccezionali, da abbandonare rapidamente nel momento in cui gli eventi vanno verso la normalizzazione.

Quando Schacht si rese conto di non avere più alcun controllo sull'operato di Hitler e assodato che le operazioni di riarmo erano finalizzate alla guerra, abbandonò il ministero dell'Economia e la presidenza della Reichsbank.
Con il passare degli anni, la sua avversione per il nazismo divenne sempre più evidente e culminò con la sua probabile implicazione nell'attentato a Hitler del 20 Luglio 1944.
Arrestato dalla Gestapo e internato a Ravensbruck e in altri lager, liberato dagli alleati alla fine della guerra, fu assolto a Norimberga ma successivamente condannato da un tribunale tedesco nell'ambito del processo di denazificazione.
Rimase in prigione fino al 1950. Una volta libero, Schacht tornò ad esercitare la professione con immutato successo fino alla morte nel 1970.

sabato 6 dicembre 2014

Il Processo di Norimberga: lo sfondo.

Con il presente post illustriamo lo sfondo del processo conclusivo della II Guerra Mondiale e ritenuto da molti una pietra miliare del diritto Internazionale.
Quando lo scenario della guerra ormai volgeva a netto favore delle forze anglo-americane e russe, il 1 Novembre 1943 gli Alleati emisero una dichiarazione congiunta in merito al trattamento da riservare ai cosiddetti "criminali di guerra".

La "Dichiarazione di Mosca" riportava:

"L'Inghilterra, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica hanno ricevuto da numerose fonti le prove delle atrocità, dei massacri e delle spietate esecuzioni di massa perpetrati dalle forze di Hitler in molti Paesi da loro conquistati, e dai quali sono ora scacciati con fermezza. Gli orrori portati dal dominio dei Nazisti non sono purtroppo un fatto nuovo, e tutti i popoli o territori da loro tenuti in scacco hanno dovuto sopportarne il governo di terrore, il peggiore che possa esistere. Ciò che è nuovo è che molti di questi territori stanno per essere liberati dall’avanzata delle armate liberatrici, e che gli Hitleriani e i «vandali» in fuga, ormai disperati, hanno inasprito la loro spietata violenza. I crimini mostruosi attuati in Unione Sovietica, che presto sarà liberata dal giogo Nazista, così come quelli in Francia e in Italia, sono la lampante riprova di quanto appena affermato.Di conseguenza, le tre potenze alleate sopra menzionate, a nome di trentadue nazioni unite, con questa solenne dichiarazione lanciano un monito inequivocabile: nel momento in cui sarà concesso l’armistizio a un governo tedesco, qualunque esso sia, gli ufficiali e i soldati tedeschi, e i membri del partito nazista, responsabili o complici delle atrocità dei massacri e delle esecuzioni di cui si è parlato, saranno consegnati ai paesi in cui hanno commesso le loro abominevoli imprese, così che possano essere giudicati e puniti secondo le leggi dei paesi liberati e dei liberi governi che lì si saranno formati. Ognuno di questi Paesi stilerà una lista dettagliata, in particolare i territori invasi dell'Unione Sovietica, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia e la Grecia insieme a Creta e altre isole, la Norvegia, la Danimarca, l'Olanda, il Belgio, il Lussemburgo, la Francia e l'Italia.
In base a quanto detto, i tedeschi coinvolti nella strage indiscriminata di ufficiali polacchi o nell’esecuzione degli ostaggi francesi, olandesi, belgi, norvegesi, e dei cittadini di Creta, o quelli che hanno preso parte ai massacri effettuati in Polonia o sui territori dell’Unione Sovietica adesso strappati al nemico, sappiano che saranno condotti sulla scena dei loro misfatti e giudicati sul posto dai popoli che hanno oltraggiato.
Che questo sia da monito a tutti coloro che non si sono ancora sporcati le mani con il sangue degli innocenti, sappiano cosa li attende se si renderanno anch’essi colpevoli di tali crimini, e non abbiano alcun dubbio che le tre potenze alleate li inseguiranno fin negli angoli più remoti della terra e li consegneranno nelle mani dei loro accusatori perché giustizia sia fatta.La suddetta dichiarazione è indirizzata anche a quei criminali i cui delitti non si sono svolti in aree geografiche ben determinate. Costoro saranno puniti dai governi alleati con un verdetto comune".

Quindi, dichiarazione e firmatari (Roosevelt, Churchill e Stalin) non erano inclini alla clemenza. In particolare Churchill auspicava ad una giustizia sommaria, Stalin addirittura proponeva di liquidare 50.000 ufficiali superiori tedeschi per decapitarne l'elite militare.
Nel governo statunitense c'era una profonda disparità di vedute in merito: posizioni estreme come quella del segretario al tesoro Henry Morgenthau che premeva per la linea durissima similarmente a Stalin, oppure fortunatamente più cauti come il Ministro della Guerra Stimson.
Nel frattempo i sovietici avevano intrapreso iniziative autonome per pareggiare i conti con i tedeschi, istituendo processi per proprio conto con pubbliche esecuzioni nelle piazze.
Tuttavia, lentamente, venne accantonata l'ipotesi delle esecuzioni sommarie e prese forma l'idea di una vera procedura giudiziaria. Con tutta la difficoltà di accordo che ne conseguì, furono comunque gli angloamericani che riuscirono a fare prevalere la loro posizione sul modo in cui si sarebbero dovuti svolgere i processi, anche perché i "pezzi grossi" rimasti del regime Nazista (su tutti Hermann Göring) risultavano essere nelle loro mani.
Naturalmente gli imputati non ebbero voce in capitolo riguardo le discussioni preliminari, condotte a porte chiuse. E qui iniziarono le vessazioni che, oggi a bocce ferme e messe insieme a tante altre argomentazioni, rendono l'idea di come il Processo di Norimberga sia stato null'altro che la giustizia dei vinti contro i vincitori: confessioni estorte con la forza e utilizzate poi come prova. Gli imputati inoltre vennero privati di molti dei più importanti diritti previsti dalla Costituzione Americana, come poi dichiarato pubblicamente anni dopo da J.F, Kennedy: per esempio non potevano appellarsi al Quinto Emendamento, che avrebbe permesso loro di non rispondere ad una domanda perché il fatto avrebbe potuto contribuire alla loro incriminazione. Inoltre non poterono avvalersi del principio del "tu quoque", ovvero non poterono controbattere di aver fatto in tempo di guerra esattamente la stessa azione  -che veniva loro contestata-  commessa anche dalla controparte.
Una immagine degli imputati al Processo di Norimberga, 1946.

Furono poi definiti i 4 capi d'imputazione (cospirazione contro la pace, pianificazione della guerra d'aggressione, crimini di guerra e crimini contro l'umanità) dei quali potevano essere accusati, e si scelse come sede del processo la città di Norimberga, che aveva dato il nome alle leggi promulgate contro gli ebrei.
Il processo poteva dunque iniziare.
In questo blog rivisiteremo le vicende personali di alcuni dei protagonisti del processo e parleremo in chiave generale del processo stesso, senza le ipocrisie che hanno sempre caratterizzato la descrizione di tanti fatti storici.

domenica 12 ottobre 2014

Ernesto "Che" Guevara

Immagine-icona di Ernesto "Che" Guevara
"In "Guerra e Pace" Tolstoj dice che secondo la scienza militare quanti più uomini ha un esercito tanto maggiore sarà la sua forza. Ma questa stessa scienza riconosce, anche se molto vagamente, che durante un'azione militare la forza di un esercito è anche il prodotto della sua massa moltiplicato per un'incognita. Un fattore imponderabile. Questa "x" non è altro che lo spirito delle sue truppe e il loro maggiore o minore desiderio di combattere e affrontare il pericolo. E gli uomini che hanno maggiore desiderio di combattere e che capiscono perché lo stanno facendo, indipendentemente da chi stanno affrontando, o se sono agli ordini di militari geniali o di persone normali, o se combattono con dei bastoni o fucili da 30 colpi al minuto, questi uomini si troveranno sempre nelle condizioni più vantaggiose. E vinceranno.".
Ernesto "Che" Guevara.

Ernesto Guevara nasce a Rosario, Argentina, il 14 giugno del 1928. Trasferitosi con la famiglia a Buenos Aires, si laurea in medicina nel 1953. Ma il momento decisivo per questo mito, questo simbolo politico, questa metafora vivente della lotta e della resistenza, avviene nel suo viaggio in sudamerica a bordo di una motocicletta, ribattezzata "La Poderosa". In Cile, in Perù, in Colombia e Venezuela il giovane Ernesto vede di persona le miserevoli condizioni in cui vivono i popoli sudamericani, arrivando a lavorare come medico in un lebbrosario in Perù e osservando l'impatto della rivoluzione boliviana del 1952.
Si unisce alla rivoluzione cubana guidata da Fidel Castro per rovesciare il regime corrotto di Batista instauratosi nel 1952 con un colpo di stato. La rivoluzione vince e va al potere, Guevara riceve importanti incarichi di potere. Il suo discorso alle Nazioni Unite del 1964 è una sorta di testamento internazionalista ed antimperialista.

"Molto è stato fatto nel mondo in questo campo ma l'imperialismo, nordamericano soprattutto, ha preteso di lasciar credere che la coesistenza pacifica sia una prerogativa delle grandi potenze della terra. Cuba, signori delegati, è libera e sovrana. Senza catene che la leghino a nessuno, senza investimenti stranieri nel territorio, senza proconsoli che orientino la sua politica, può parlare a testa alta in questa assemblea e confermare la frase con cui venne battezzata: "Territorio Libero d'America". Gli Stati Uniti intervengono in America invocando la difesa delle istituzioni libere....verrà il giorno in cui questa assemblea raggiungerà una sufficiente maturità e chiederà al governo nordamericano uguali diritti per le popolazioni nere e latino-americane che vivono in questo paese e che ora si stanno svegliando dal lungo, duro sonno a cui sono state sottomesse. Noi dobbiamo dire qui quella che è una verità nota a tutti e che abbiamo espresso sempre davanti al mondo....Fuciliazioni? Si. Abbiamo fucilato, fuciliamo e continueremo a fucilare finchè sarà necessario. La nostra lotta è una lotta fino alla morte. Noi viviamo in queste condizioni....condizioni imposte dall'imperialismo nordamericano".
Ernesto "Che" Guevara.


Ma ben presto il "Che", il guerriero con il basco stellato controvento, il sigaro brandito come sfida all'asma che lo affligge, il franco e ironico sorriso barbuto, capisce che questo non è il suo mondo, questa non è la sua strada. Questa per noi è la sua grandezza: simboleggia un uomo raro, l'uomo che giunto al potere non si lascia inebriare da esso, rifiuta i salotti della politica e gli agi legittimati dalla sua posizione per riprendere la guerriglia, la rivoluzione sotto il grido "Patria o Morte". La sua costante ricerca romantica, l'insofferenza alla burocrazia, la personalità inquieta e sottilmente complessa, il pungolo quasi da Don Chisciotte, la sensibilità per l'ingiustizia da qualsiasi parte essa provenga, il generoso distacco dagli agi e dagli onori, la coerenza tra pensiero, parola e azione, l'esporsi impavido in prima persona con un coraggio che nasce dall'aver messo la propria vita al servizio di una causa che la trascende: tutto questo è un itinerario personale ed un esempio così estremo da non poter essere ripetuto.
Muore così, il "Che" (così rinominato a Cuba), in Bolivia il 9 Ottobre del 1967. Muore da perdente imbattibile. Nell'improbabile tentativo di sollevare i contadini boliviani dalla ennesima dittatura militare. Della sua azione in Bolivia resteranno i suoi "Diari", frutto del suo costante bisogno di esprimere a parole, annotare, spiegare, discutere. Con uno stile sobrio ed incisivo. La parte iniziale e la parte finale della sua vita saranno oggetto di approfondimenti su questo blog.

domenica 28 settembre 2014

Bruce Lee, una vita leggendaria

Statua di Bruce Lee in Hong Kong.
Una vita leggendaria quella di Bruce Lee. Maestro di arti marziali, sempre alla ricerca della perfezione fisica e mentale, è stato l'ideatore e sostenitore di un approccio diverso e rivoluzionario ad una delle più antiche forme di combattimento: armonizzando la boxe con le arti marziali, unendo spettacolarità e disciplina.
Una breve esistenza, quella di Bruce Lee, segnata tragicamente dal destino. Il suo talento recitativo, le eccezionali doti atletiche, il fascino esotico e la morte misteriosa e precoce contribuiscono a creare attorno a lui un'aura mitica che si rafforza negli anni.
In BlogCinema (74serginocin.blogspot.com) è recensito il film di R.Cohen "Dragon - La Storia di Bruce Lee".

sabato 27 settembre 2014

Proviamo a riscrivere la storia: un diverso epilogo della Seconda Guerra Mondiale.


Sappiamo tutti che la Storia non si fa con i se. E che la Storia la scrivono i vincitori. Sono fatti innegabili e immutabili.
Ma questo non impedisce, in sede di pacata riflessione storica, di ridisegnare un epilogo diverso del II conflitto mondiale. Senza lasciarsi andare a sensazionalismi, ma semplicemente considerando alcuni eventi-chiave che con determinati presupposti avrebbero potuto avere diverso esito e quindi avrebbero avuto un impatto verso il più sanguinoso conflitto che la Storia ricordi (e tutti ci auguriamo che resti tale).
E' necessario fare una premessa: non ci inventeremo nulla. Vale a dire, non metteremo in piedi teorie che non hanno già avuto un loro sviluppo: non per capovolgere la realtà, ma solamente per evidenziare il fatto che nulla fu veramente scontato, nulla fu veramente già scritto: le cose effettivamente potevano andare diversamente, c'erano i presupposti perchè questo potesse avvenire senza doversi abbandonare a congetture ultraterrene.

L'anno zero è il 1941: la Germania è padrona assoluta dell'Europa. Dalla Norvegia al Mediterraneo, dalla Francia alla Polonia, tutti i paesi sono o neutrali, o collaborazionisti o direttamente amministrati dai gauleiter tedeschi. C'è solo l'Inghilterra che resta intransigente nel mantenere lo stato di guerra contro l'Asse: nonostante gli inviti alla pace addirittura da parte dello stesso Hitler, che vedeva Inghilterra e Italia come le due ideali e uniche possibili alleate per una futura egemonia europea. Ma Churchill resta irremovibile: o si torna alla situazione antecedente al 1939, o vi sarà lotta ad oltranza.

Churchill e Roosevelt, alleati nella II
guerra mondiale.
La situazione per l'Inghilterra è apparentemente drammatica: isolata ed in inferiorità numerica, nonostante tutte le forze dell'Impero siano state mobilitate, non sembra in grado di poter resistere dopo la precipitosa ritirata a Dunkerque e con la Germania che rinuncia a dare il "colpo di grazia", verosimilmente per dare la possibilità al governo inglese di sedersi al tavolo e trattare la pace.

Ma Churchill confida nell'appoggio degli Stati Uniti: non soltanto per le forniture belliche ma anche per un diretto intervento nel conflitto. In realtà il primo Lord dell'Ammiragliato non considerava altre alternative alla guerra: le offerte di pace tedesche non vennero divulgate in Inghilterra per evitare che sorgessero movimenti d'opinione sfavorevoli alla guerra, e esisteva un impegno già preso con gli Stati Uniti per farli intervenire nel conflitto ovviamente con la prospettiva di vantaggi commerciali per Roosevelt.

Rudolf Hess, enigmatica figura del
XX secolo.
La figura-chiave che avrebbe potuto modificare tutto questo scenario è quella di Rudolf Hess e il suo misterioso volo in Scozia. Il numero tre del regime hitleriano, dopo lo stesso Hitler e Goering, era lui. Personaggio enigmatico e idealista, Hess progettò l'idea di raggiungere in volo la Gran Bretagna per vedere di trovare con gli inglesi quella pace davvero complicata da raggiungere per tutti gli interessi in campo. Nel suolo britannico egli aveva molti amici, tra cui il duca di Hamilton seguito da tutta la corrente inglese che si opponeva alle mire di Churchill.

Non è dato di sapere con certezza se questa iniziativa Hess la intraprese in solitaria, convinto di dare seguito all'apertura di Hitler alla Gran Bretagna, oppure fu concordata. Sta di fatto che Hess compì il volo nel maggio 1941, appena ebbe la certezza dell'operazione Barbarossa (la guerra preventiva della Germania contro l'Unione Sovietica) e la consapevolezza delle disastrose conseguenze che questo avrebbe potuto creare nel futuro alla Germania (come in effetti avvenne). Era anche un atto di raziocinio: per evitare una guerra totale e una guerra, quella tra Germania ed Inghilterra, che davvero non aveva senso.
Linee d'attacco dell'operazione Barbarossa:
un fronte lungo 3000 Km, una operazione
militare che sconvolse l'Europa.


L'operazione fallì: Hess fu preso in consegna dagli Inglesi e arrestato, mentre il governo tedesco prese le distanze dalla sua iniziativa giustificandola con problemi mentali che da tempo lo affliggevano: probabilmente fu una reazione già preventivata nel caso di insuccesso dell'iniziativa.
Certo, i margini di successo dell'impresa non erano ampi: ma nemmeno così esigui da liquidarla come una iniziativa folle. Nel caso in cui Hess fosse riuscito a ribaltare la situazione spingendo la Destra inglese alle dimissioni di Churchill, la portata di questo successo sarebbe stata così ampia da riscrivere letteralmente la storia.

Perché? Pensiamo in primo luogo alla Russia: sarebbe stata in grave difficoltà a proseguire la propria politica di espansione (aveva già annesso ai suoi territori metà Polonia; tutti i paesi baltici Estonia, Lettonia e Lituania; 2 regioni romene, Bessarabia e Bucovina settentrionale; Finlandia, Bulgaria, gli Stretti e i giacimenti petroliferi del Medio Oriente): questo perché tutti i governi d'Europa, compresa la Gran Bretagna, avrebbero fatto blocco. Stati Uniti e Inghilterra non sarebbero più stati alleati, l'operazione Barbarossa sarebbe con tutta probabilità saltata e in ogni caso Stalin non avrebbe più potuto contare sulle forniture di materiale bellico. Il patto tripartito (Italia, Germania e Giappone) avrebbe incontrato l'alleanza degli anglo-americani e persino la trappola di Pearl Harbor, utilizzata come pretesto dagli Stati Uniti per entrare nel conflitto, non sarebbe scattata.

E' andata diversamente. Fu meglio o peggio? Ognuno può trarre le proprie conclusioni, lasciando perdere tutti i racconti preconfezionati che siamo abituati a sentire.
Questa fu forse l'occasione mancata per un differente avvenire: la Germania sarebbe rimasta il cuore dell'Europa, Italia e Inghilterra avrebbero indubbiamente assunto un ruolo di primo piano, la Russia (rimasta a corto di alleati) avrebbe con tutta probabilità mantenuto i propri confini dovendosi anche guardare le spalle dal Giappone.
Certamente sarebbe anche arrivato il tramonto dell'era dei regimi, sia hitleriano sia mussoliniano sia staliniano, e sarebbe stato giusto così. Per una maggiore democrazia e consapevolezza.
Ma l'idea di riscrivere il futuro dell'Europa senza l'influenza statunitense, un'Europa delle Nazioni forte e indipendente, è una ipotesi non priva di fascino.

Per quanto riguarda la figura di Hess, ci ripromettiamo in futuro di scrivere su questo blog un approfondimento sulla sua temeraria impresa e sulla sua vita.